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Curitiba, tra sostenibilità e partecipazione.

Curitiba è una città situata nel sud del  Brasile che ha subito, dagli anni Cinquanta a oggi, una notevole crescita demografica e tutti i problemi di degrado umano e ambientale che ne derivano: la disoccupazione, lo sfruttamento, le malattie, la corruzione, la criminalità, la congestione del traffico, l’inquinamento. Il sindaco in carica, nel 1964, decise allora di istituire un concorso d’idee aperto ad architetti e ingegneri al fine di creare un nuovo piano per la città, un modello urbano in grado di valorizzare al massimo le risorse umane e quelle del territorio. Venne fuori molto di più. Nel 1971 Jaime Lerner, esperto di architettura e urbanistica, divenne sindaco della città, e insieme con altri esperti, creò l’Instituto de Pesquia e Planejamiento Urbano de Curitiba (IPPUC), ovvero l’ente di pianificazione e ricerca urbana. I punti del programma erano semplici e chiari: buon senso e creatività, partecipazione dei cittadini, soluzioni poco costose, semplici ed ingegnose, democrazia e buona amministrazione.

Il primo intervento ha riguardato l’assetto urbanistico e la mobilità. Invece di sventrare il centro storico, Lerner decise di ristrutturare le strade esistenti, limitando al massimo l’abbattimento degli edifici, creando un sistema di cinque assi principali: ampie strade a senso unico che convogliano il traffico e quella di mezzo riservata agli autobus, trasformati in una metropolitana di superficie. Il risultato è una copertura capillare del territorio con il 79% della popolazione coinvolta, quindi una notevole diminuzione delle auto private, minor traffico, maggiore vivibilità urbana. Il secondo intervento ha riguardato l’acqua, il territorio e l’ambiente: una sorta di “agopuntura urbana” con micro interventi realizzati in nodi nevralgici della città, in grado di propagare gli effetti positivi negli altri punti difficili, la realizzazione di piccoli ecosistemi verdi su vecchi terreni lacustri, destinati a parchi, aree boschive e spazi pubblici. Iniziative particolari come quelle destinate agli abitanti delle baraccopoli, cui sono distribuiti piccoli appezzamenti di terreno dove costruire case e realizzare orti per l’autoproduzione. Il progetto “Green Exchange” , che prevede un furgoncino comunale che consegna ticket per l’autobus o per il teatro, in cambio di rifiuti. Ogni famiglia ottiene in cambio di 4 Kg di rifiuti differenziati, 1 Kg di frutta e verdura, acquistata dal comune ai contadini locali, in modo da sostenere le aziende agricole del territorio. Il programma è rivolto anche ai bambini, che in cambio di materiale di riciclo ottengono giocattoli, dolci o attrezzatura per la scuola. Il risultato è la raccolta differenziata del 70% di spazzatura prodotta, il cui ricavato è reinvestito nella città, attraverso programmi di utilità sociale o riciclaggio, come gli autobus dismessi dal trasporto pubblico che vengono riutilizzati nelle favelas come centri culturali, sale lettura o aule. Il terzo intervento, infine, rivolto alla salute e all’istruzione. Furono creati i “fari del sapere”, cioè costruzioni a forma di faro, contenenti biblioteche di 7000 volumi, torri luminose e colorate ad altissimo impatto visivo e simbolico. E ancora 200 centri di accoglienza, che offrono assistenza e pasti gratuiti alle famiglie a basso reddito.

Gli abitanti di Curitiba godono di un sistema di governo caratterizzato da trasparenza e responsabilità. Un governo che, grazie alla collaborazione reale e al sostegno dei cittadini, si sforza di ricercare soluzioni semplici, economiche, rapide e divertenti. Uno, forse l’unico, dei progetti di trasformazione e rinascita della città riusciti al giorno d’oggi. Dopo circa trenta anni di buona amministrazione, la qualità della vita di Curitiba è una delle più alte al mondo, l’efficienza dei trasporti, la disponibilità dei servizi pubblici, l’abbondanza di verde, la diffusione dell’istruzione, la gestione dei rifiuti e il coinvolgimento della popolazione la rendono un vero modello di città sostenibile, forse poco conosciuto al di fuori dei confini brasiliani.

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Federica Salvatore

Ciao, tu lo conosci TED?

Il riferimento ad una celebre battuta della nota sitcom americana How i met your mother nasce spontaneo. TED (acronimo di Technology Entertainment Design) è il network di conferenze più influente del mondo. Valerio Bazzan su pagina99 l’ha definito il “Bilderberg delle idee”, della cultura mondiale. E non a torto. Le menti più brillanti degli ultimi 30 anni sono passate di qui. Da Bill Gates a Steve Jobs, giusto per richiamare due nomi noti all’immaginario collettivo. Quello che accomuna tutte i relatori da tutto il mondo sono appunto le idee. Da condividere e su cui collaborare. E sono proprio la condivisione e la collaborazione, oltre naturalmente l’innovazione, i principi cardine dell’iniziativa. Ideas worth spreading.

Nel 2014 TED compie 30 anni. Nasce infatti nel 1984 dall'iniziativa di Richard Saul Wurmann, un designer americano che cercava di creare un luogo di incontro tra tecnologia e nuovi media. Nel 2002 il passaggio di consegne all’imprenditore tecnologico Chris Anderson. Ma come funziona? Spieghiamo prima di tutto l’accostamento al Bilderberg. La quota annuale per partecipare fisicamente alle conferenze che si tengono in gran parte tra gli Stati Uniti e il Canada (solo da pochi anni si tiene un TED-global in UK) è di 6000$. Ma ciò che lo distingue nettamente dalla temuta riunione segreta è l'apertura dei contenuti; ted.com contiene quasi 2000 interventi, tutti disponibili gratuitamente. Economia, tecnologia, ambiente, salute, politica sono solo alcune delle tags rintracciabili.

Tempo di durata dell'intervento improrogabilmente entro i 18 minuti. Argomentazioni quindi mirate, chiare e quanto il più possibile coinvolgenti. Una modalità di presentare che sta influenzando lo stesso concetto di conferenza. Un vero e proprio strumento di globalizzazione della conoscenza. Una diffusione molto efficace grazie soprattutto al sistema di traduzione (le conferenze sono sottotitolate e i contenuti tradotti in 21 lingue, tra cui l'italiano) che permette la comprensione anche ai meno avvezzi all'inglese. Una fonte di informazione non convenzionale e altamente competente che permette a chiunque di tenersi aggiornato sui risultati più innovativi che si stanno raggiungendo nel campo della ricerca. Non la classica lezione accademica, ma uno sguardo reale e creativo al mondo delle idee e di quello che nel futuro potrebbe essere la quotidianità.

domenica 6 aprile 2014

Quanti schiavi lavorano per te?

"Considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi vederlo libero, come lui può vederti schiavo.È uno schiavo. Ma forse è libero nell'animo. È uno schiavo. E questo lo danneggerà? Mostrami chi non lo è: c'è chi è schiavo della lussuria, chi dell'avidità, chi dell'ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura.” Seneca, epistola 47 (circa 2014 anni fa)

Ti sei mai posto questa domanda? Quanti schiavi lavorano per te? Nel mondo ci sono 30 milioni di persone che lavorano in condizioni di schiavitù, non bisogna nemmeno andare lontano, pensare al paese più povero dell'Africa basta infatti pensare ai campi di pomodori o altri prodotti agricoli del sud/ nord Italia presenti nella filiera delle multinazionali alimentari. Ai vari tipi di schiavitù elencati da Seneca si può aggiungere un nuovo tipo di schiavitù : la schiavitù del consumismo, consumata nei sempre più numerosi mega centri commerciali. Se ancora non sai rispondere alla domanda iniziale o pensi che sia una domanda ridicola nel 2014, puoi trovare una risposta su questo sito: Slaveryfootprint.org .

Il sito è stato lanciato nel 2011 dall'organizzazione non-profit omonima di James Dillon insieme al Dipartimento di Stato americano contro la schiavitù, ed è stato usato nel 2013 da quasi due milioni di persone. Attraverso un test composto da 11 step , molto ben strutturato graficamente, il sito aiuta ad effettuare questo calcolo. Si inserisce la città di provenienza, il tipo di casa in cui si abita solitamente e poi tutti gli oggetti che caratterizzano la vita quotidiana. Tutti i dati inseriti vengono sommati per dare il risultato finale. Il sito spiega anche in che modo viene calcolato questo risultato: viene fatta un' analisi dell’utilizzo medio del lavoro forzato in più di 400 prodotti delle marche più famose, un algoritmo stabilisce poi il numero minimo di schiavi costretti a produrli. Il sito poi sottolinea quante persone sono schiavizzate dalla prostituzione e dalla droga, anche le nostre abitudini che teniamo nascoste sono figlie della schiavitù. Nella pagina del risultato finale leggiamo che il sito ci vorrebbe fornire il nome dei marchi sicuri, quelli che sicuramente non utilizzano la schiavitù per produrre i loro prodotti, ma ancora non possono perchè la lotta contro la schiavitù non è una priorità nell'attuale sistema economico. Per approfondire ulteriori aspetti della schiavitù ai giorni nostri si può visitare questa pagina nel blog Made in a free world padre del sondaggio. Leggendo l'etichetta della prossima t-shirt che acquisterai avrai uno spunto in più per riflettere.


                                                                                                               
                                                                                                             Augusto Piazza

Prisoner Assistant, oltre il carcere

Diciamo che qualche apprensione è giustificata. Se non altro per il fatto che siamo stati abituati ad una tradizione criminale che non ha mai visto il carcere come un ostacolo ai propri affari. Quindi quanto messo su da Michael Benanti negli USA resta un caso difficilmente replicabile nel nostro paese. Si perché parliamo di un servizio di assistenza finanziaria, quindi anche bancaria, per i detenuti. Prisoner Assistant Inc è il nome dell’impresa fondata 5 anni fa da un ex detenuto, mister Benanti appunto, che, oltre alla gestione dei conti bancari dei suoi clienti, si propone di offrire loro un supporto al momento del rilascio attraverso programmi di riabilitazione al lavoro. Ad oggi ha 300 clienti e una lunga schiera di detrattori che vedono con sospetto questa sua iniziativa. 

Real World Tools, Education Courses e Support sono le linee guida di questo ambizioso programma messo a disposizione di quanti decidano di affidare i propri risparmi durante la reclusione. Si parte dai 5$ al mese per la gestione passiva del proprio account bancario, fino ai 50$ per servizi più ampi. La Prisoner Assistant Inc si preoccupa infatti dell’intera situazione economica del detenuto. Dal pagamento delle tasse alla raccolta della posta, dall’acquisto di libri al mantenimento di una linea di credito, fino a servizi volti al loro reinserimento nella società come corsi di formazione e aiuto nella strutturazione di un proprio sito web. L’idea nasce da uno studio britannico sul calo del tasso di recidività (dal 47% della media nazionale al 34% ottenuto nei casi studiati) riscontrato nei detenuti che hanno ricevuto un supporto dalle banche facenti parte della ricerca.

Si parla dunque della riduzione del recidivism dei detenuti attraverso il miglioramento delle loro condizioni economiche fuori dal carcere. “They get out with something to lose” il motto di Michael Benanti. Un problema cruciale negli Stati Uniti dove 4 detenuti su 10 tornano in carcere entro i 3 anni dal rilascio. Le opinioni riguardo la soluzione proposta sono discordanti oltreoceano. Se c’è chi ha visto in questa iniziativa una responsabilizzazione del detenuto, dall’altro lato soprattutto le autorità ufficiali temono che l’impresa di Benanti possa solamente essere un altro modo di reperire fondi per ulteriori crimini. Resta il fatto che l’impresa ha attirato l’attenzione del Wall Street Journal aprendo una riflessione sullo status di prigioniero. E non mancano spunti anche un paese totalmente diverso come l’Italia dove il problema dello stato dei carceri e dei detenuti viene troppo spesso strumentalizzato e dimenticato presto.

FEMA – Federal Emergency Management Agency

Luca Michele Piscitelli
sabato 22 marzo 2014

Suor Cristina e la rivincita del clero

Non poteva iniziare meglio la nuova edizione del talent show “The Voice” targato rai 2; condotto dalla magnifica Raffaella Carrà, dal cantante dei Litfiba Piero Pelù, dalla rossa Noemi e dal fondatore degli storici Articolo 31: J-Ax. Tra i concorrenti che si sono esibiti sicuramente uno più di tutti ha lasciato il segno: suor Cristina, 25 anni, siciliana. Si, suora. Quando i quattro coach si sono girati non riuscivano a credere ai propri occhi: una monaca sul palco a cantare “No one” di Alicia Keys. La platea già alla prima frase cantata si è alzata in piedi in un boato di applausi e ovazione generale, acclamazione che poi è diventato un vero e proprio tripudio quando suor Cristina dopo aver deliziato tutti con la sua voce ha dichiarato che il fatto di essere una donna di Chiesa non deve essere un limite, riprendendo proprio le parole di papa Francesco. Alla domanda della Carrà “ma come ti è venuto in mente di venire a The Voice?” lei con tutta tranquillità di chi sembra aver vissuto per anni sul palcoscenico risponde “Beh, ho un dono, ve lo dono”. «Se avessi trovato te a messa adesso sarei sempre in chiesa - scherza J-Ax - io e te siamo il diavolo e l'acqua santa» il più colpito dei quattro è sicuramente lui, al punto da commuoversi su questa frase: “il papa ci invita ad uscire, ad evangelizzare, a dire che Dio non toglie niente, anzi ci dona ancora di più, allora sono qui per questo”. Felicemente stupito anche Piero Pelù: «Ti chiami come la mia mamma, mi devo tirare un pizzico perché ancora non ci credo». Allo scadere del tempo, suor Cristina ha scelto il “rappettaro” del gruppo, il quale si alza dalla sua postazione per prenderla in braccio.

Questo è solo l’ultimo caso di un clero che tenta di riemergere da una condotta troppo vecchia e casta. Non si può non riportare all’ attenzione del lettore la notizia di suor Megan Rice, “sorella” d’oltreoceano che, proprio quando suor Cristina cantava, lei veniva a conoscenza della pena inflittale dal tribunale giudiziario americano per aver, nel 2012, protestato, insieme a 2 pacifisti cattolici, contro uno stabilimento nucleare di Oak Ridge, in Tennessee. La religiosa 84enne , lo scorso anno, era stata stata accusata di sabotaggio dopo aver fatto irruzione proprio nell'impianto. Gli altri due attivisti dovranno scontare in prigione cinque anni.

GUARDA IL VIDEO

http://youtu.be/TpaQYSd75Ak


Marco Harmina

                                                                                                     


giovedì 20 marzo 2014

FEMA – Federal Emergency Management Agency

L’Agenzia Federale degli Stati Uniti per la Gestione delle Emergenze ha allestito numerosi campi nel territorio statunitense. La società incaricata per la costruzione e l’allestimento di questi campi è stata la multinazionale Halliburton. La FEMA nel 2007 ha dichiarato che lo scopo di queste installazioni è quello di “ridurre la perdita di vite e di proprietà e proteggere la nazione da tutti i rischi, compresi disastri naturali, atti di terrorismo e altri disastri provocati dall'uomo, e appoggiare la nazione con un sistema basato sul rischio, e onnicomprensivo, di gestione delle emergenze, composto da preparazione, protezione, risposta, recupero e mitigazione”. Fondamentalmente questi campi sono di tre tipi e con differente disposizione. Il primo tipo, sembra un campo di prigionia classico; il secondo sembra un campo di protezione; il terzo sembra un agglomerato urbano indipendente.

Del primo tipo effettivamente le recinzioni sono state fatte in modo da diminuire le possibilità di fuga dei prigionieri. La parte superiore delle recinzioni è coperta da filo spinato. Inoltre intorno al perimetro del campo, sono presenti torrette di controllo con alcune sentinelle. Tutto il campo è composto da anelli concentrici indipendentemente dalla forma e l’estensione dell’area, ed all’interno di essi sono presenti baracche prefabbricate in legno alternate a spiazzi. Il secondo gruppo di edifici FEMA è caratterizzato da recinzioni identiche al primo tipo eccetto per il fatto che non ci sono le sporgenze con il filo spinato dal lato interno. Questo “dettaglio” significa che è chi sta dentro è protetto da chi sta fuori, quindi chi è dentro non è considerato una minaccia; inoltre le torrette sono dentro il campo stesso, quindi accessibili con celerità dai militari. Nel terzo tipo di campi FEMA non ci sono recinzioni vere e proprie e le difese perimetrali sono più ampie. Al suo interno non si trovano baracche in legno, ma camper e roulotte bianchi e case prefabbricate con elettricità indipendente; intorno alla zona abitabile si trovano canali d’acqua e aree coltivabili, tutto a forma di anelli concentrici. È credibile che i tre tipi di campi abbiano tre scopi differenti, per ogni tipo di emergenza.

Ma a che cosa possono mai servire le bare del FEMA? Alcune fonti parlano di 500000 bare da 6 posti ciascuno, quindi contenitori per tre milioni di corpi. E a cosa serve l’acquisto di migliaia di mezzi antisommossa, e l’addestramento da parte del governo USA di oltre 300000 soldati in guerra urbana? Tra le priorità dell’addestramento ci sono l’irruzione in casa, il blocco di persone in fuga, il disarmo con uso della forza dei civili, l’abbattimento di persone che minacciano i militari o altri civili con armi, le irruzioni con elicotteri e in mezzo al traffico autostradale, il trasporto e la scorta di gruppi di civili con mezzi blindati e treni speciali. Sono note le esercitazioni in alcune città USA, dove gli elicotteri nel 2013 hanno terrorizzato le persone bloccate in autostrada durante un’esercitazione sparando munizioni a salve; in questi episodi, si simulava un’incursione sopra i civili incolonnati e bloccati in autostrada. Invito a visitare il sito internet http://www.fema.gov/

Marianna Rapino
lunedì 17 marzo 2014

Grande Fratello 13, il ritorno

Da domani, Lunedì 3 Marzo, in prima serata su Canale 5, il ritorno della Casa più spiata d’Italia, dopo due anni di stop dai vertici di Mediaset. La 13esima edizione del Grande Fratello, condotta sempre da Alessia Marcuzzi, si preannuncia un’edizione breve e concentrata, di appena tre mesi, ma esplosiva. Considerato un grande esperimento sociologico, il Grande Fratello, si mostra quest’anno con una politically correct, come mai prima. I quindici concorrenti in gara, alcuni dei quali ancora in corso di definizione, hanno storie e personalità molto forti e non mancheranno di accendere lunghi dibattiti. Il campionario è molto intrigante e l’obiettivo della conduttrice e proprio far emergere le tante storie da raccontare, a volte anche importanti e difficili, che rispecchiano l'Italia di oggi. Dare quindi la possibilità alle famiglie da casa, di confrontarsi con le loro  stesse difficoltà e far si che genitori e figli ne parlino e ne affrontino i problemi insieme. Tra i coinquilini, la prima a fare l’ingresso nella casa, sarà  Valentina Acciardi. Una trentatreenne torinese, ex modella, che dieci anni fa, perse un braccio a causa di un incidente stradale. Tra i concorrenti c’è anche il senegalese Sambà, un ex "vù cumprà", un giovane contadino di Lariano e una ragazza che ha fatto i conti con una grave obesità.

Nel girone degli incerti rientrano invece, Paolo, il fuciliere di Marina e una coppia gay. Il primo rappresenta una realtà che se verrà scelto dagli autori, potrebbe portare un esempio di abnegazione e serietà che il GF raramente ha messo in luce. Nel caso della coppia gay che in questi giorni è, in attesa di una risposta positiva, si ragiona su una questione etica. I due vivono la loro omosessualità come tante coppie etero, e il dubbio del capo-progetto del GF13 Andrea Palazzo resta sul fatto che vivere questa realtà 24 ore su 24  agli occhi di tutti potrebbe,  per dirla con sue parole «aprire una finestra sui diritti omosessuali. Ci stiamo ragionando». Nel girone degli esclusi, può esser invece collocata Giulia, figlia del Marò ancora trattenuto in India, Massimiliano Latorre. Inizialmente sembrava fosse candidata come concorrente tra i quindici prescelti poi gli autori hanno chiarito che "Non era il caso di prendere la figlia di un marò in attesa di essere giudicato in India. E' una vicenda troppo delicata, noi non speculiamo su certe cose» spiega Andrea Palazzo, che aggiunge - «Ricordo che Giulia Latorre si è autoiscritta come migliaia di altri giovani alla tredicesima edizione del reality. Ha fatto un casting online. Ci ha detto che era figlia del marò prigioniero in India, ci ha raccontato la sua storia con onestà».

La casa, ricostruita dopo l’incendio del 14 dicembre scorso, è frutto del lavoro della scenografa Trixie Zitkowsky, la quale propone uno stile molto più sobrio rispetto le precedenti edizioni, con l’arena, il tugurio e l’orto. Un ritorno alle origini, commenta Paolo Bassetti, amministratore delegato di Endemol Italia, che «ricorda un po' l'essenzialità delle prime edizioni». Tra le novità di quest’anno ai ragazzi verranno forniti  dei libri e di una sala-studio nella casa dalla quale faranno un programma trasmesso da un network nazionale. Al passo con i tempi, il GF13 si mostra moderno, social e interattivo, e grazie ad un App, il pubblico potrà seguire il reality su qualunque piattaforma, 24 ore su 24, free, ed  interagire con la Marcuzzi, tramite i maggiori social network (Fb, Twitter, …) e tramite i siti www.grandefratello.mediaset.it  e www.mediasetconnect.it. Tuttavia alcuni voci indiscrete parlano di un grande fratello vip; qualora la prima serata registrasse ascolti deludenti, si vocifera che ad animare la casa, arriverà Cecilia Rodriguez, sorella di Belen. In studio a sostituire Alfonso Signorini ci saranno due nuovi opinionisti: l'attrice Manuela Arcuri e il giornalista Cesare Cunaccia. Per il  vincitore ci sarà un premio di 250 mila euro, quindi non ci spetta che vedere chi sarà il fortunato!

Francesca Pistolini

La Principessa del Gas

Chi è davvero Yulia Tymoshenko? Come al solito a trapelare sono le c.d. notizie tendenziose. Dalla figura di pasionaria che fu durante la Rivoluzione Arancione, è divenuta il simbolo cardine della ribellione all’autoritarismo attuale di Yanukovich. In realtà è la solita creazione di un falso mito. Possiamo aspettarci che fra qualche anno un qualunque politico di uno stato europeo ammonisca il governo italiano per aver lasciato condannare Silvio Berlusconi, il quale, proprio nel 2013, dichiarò dinanzi gli eurodeputati “Il mio futuro è infausto. Marcirò in galera come la Tymochenko”.

Il reato per cui la Tymoshenko fu giustamente processata e altrettanto condannata era quello di malversazione, un reato comune nei paesi ex-sovietici e altrettanto lo è in Italia anche se difficilmente denunciato). Infatti, la Tymoshenko, muovendosi sotto l’icona della liberalizzazione e senza tener conto della volontà del resto del governo, accettò un contratto di fornitura di gas per l’Ucraina che avrebbe comportato un grave colpo alla già delicata situazione economica del paese e beneficiando lei stessa di una vasta percentuale dei proventi ottenuti dalla vendita dell’idrocarburo. Quello che agli occhi degli ucraini avviene sotto il termine di corruzione, in Unione Europea avviene sotto il termine di deregolamentazione, quindi è lecito domandarsi quanto possa giovare all’Ucraina l’ingresso in UE.

Oramai è assodato che la principale fonte per giustificare le ingerenze negli affari esteri, soprattutto da parte degli USA, sia la retorica dei “diritti umani”. Purtroppo però, i diritti umani e gli interessi economici sono questioni incompatibili. Sprigionata la Tymoshenko, ci ritroviamo in circolazione l’ennesimo criminale travestito da paladino della libertà.

Marianna Rapino

El Chapo: una lezione anche per l'Italia

“Conta più di un ministro e forse persino più di un Governo”. Roberto Saviano su Repubblica lo scrive di Joaquin Guzman Loera  , boss messicano del narcotraffico, conosciuto anche come “El Chapo”.  E la sua non è solo una storia di droga, criminalità e potere. Quella del re del narcotraffico degli ultimi 10 anni almeno, è la storia del Messico e della sua economia. La notizia e l’attenzione con cui è stato seguito il suo arresto nel suo paese lo scorso lunedì (ndr 24 febbraio 2014) da parte dell’esercito messicano con il supporto della DEA americana è stata relegata, qui in Italia, tra i tanti fatti di cronaca estera. Ha fatto più rumore l’acquisizione di Whatsapp da parte di Zuckerberg, assumendo, questa si, le caratteristiche di una notizia economica predominante.

Le parole spese riguardo il peso dell’attività criminale sull’economia italiana sono state tante (secondo dati del 2010, le associazioni mafiose sottraggono ca il 16% del Pil, fonte Banca d’Italia). Ciò di cui deficitiamo è la presa di coscienza di questa situazione. È proprio questo dato di fatto che ci riporta all’arresto de “El Chapo”. Seguito con trepidazione e attesa da tutti i messicani, la sensazione è che quella consapevolezza nel paese centroamericano esiste. Avere la coscienza di assistere ad un evento importante anche economico. Sicuramente non finirà con questo pur fondamentale passo la quotidiana guerra alla droga, ma quello che qui preme sottolineare è la centralità di un episodio di criminalità che parallelamente si riconosce come una variabile economica di non poco conto.

Non siamo il Messico, certo. Ma siamo sicuri di essere così lontani dal non poter trarre una lezione dagli avvenimenti d’oltreoceano? Ormai le storie di criminalità organizzata fanno parte della cronaca nazionale (l’agguato di Arzano e la confisca di beni per 11 milioni di euro ad un boss calabrese sono sulle home page delle principali fonti di informazioni). Ma non basta. Quello che manca è una sua rilevanza primaria nel dibattito pubblico e la consapevolezza  del fatto che sia un problema di carattere economico e quindi urgente, data la particolare situazione del paese. Più degli sprechi nelle opere pubbliche (se non esse stesse terreno di avanzamento dell’influenza criminale), più degli sprechi della politica, più della nomina di un ministro dell’Economia. Tutte buone cause da affrontare in un paese democratico, ma non si può prescindere da un’ampia e continua riflessione sul fenomeno mafioso se si vuole continuare ad usare quell'aggettivo per l’Italia.


Per questo la vicenda de “El Chapo” va considerata un’importante notizia (economica) anche in Italia. È proprio l’attenzione posta dai suoi connazionali che può essere una lezione per il sistema italiano; capire che le associazioni mafiose in Italia e i suo associati sono i nostri Guzman. Contano come i governi e continuano ad operare mediaticamente e pubblicamente indisturbati. È un problema socialmente ed economicamente rilevante. Sta alla nostra capacità di valutazione decidere se prioritario. Partendo dal riconoscere che questo è un problema reale.

Luca Michele Piscitelli

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giovedì 27 febbraio 2014

“Dareste il vostro cappotto a Johannes?”

Sta letteralmente spopolando sul web il video-iniziativa del gruppo Sos Children’s Villages, associazione umanitaria norvegese volta alla protezione infantile; il filmato è stato ideato per sensibilizzare il mondo alle estreme situazioni e condizioni in cui sono costretti a vivere, anzi, a sopravvivere i bambini siriani . Il titolo dello spot è “Dareste il vostro cappotto a Johannes?” e mostra una via della città di Oslo in pieno inverno con tanto di neve e vento gelido, in cui un bambino, appunto Johannes, sta aspettando, seduto ad una fermata, l autobus. Non possedendo né un cappotto, né dei guanti, né tantomeno una sciarpa, naturalmente il protagonista, che si è presentato ai provini come volontario e che è sempre stato sotto la sicura osservazione e protezione degli addetti alla regia, assai pativa il clima torrido.  Altre persone si fermano per aspettare l’autobus. Lo guardano increduli. Non sanno se intervenire.

All’inizio sono tutti quanti titubanti, preda dell’imbarazzo e della timidezza, ma poi, con il passare dei minuti, a differenza della neve che fa da cornice alla scena, il cuore dei passanti si scalda davanti ai tremolii di un bambino indifeso, donandogli così un indumento per scaldarlo: chi i guanti, chi il cappotto, chi lo scialle. La scena è così toccante che gli spettatori dell’ immagine si sentano egoisti ed allo stesso modo in colpa per essere loro stessi al caldo, mentre un creatura “inferiore” fisicamente a loro stava patendo il freddo.
Il portavoce dell’organizzazione, Synne Ronning, dopo aver partecipato e visto di persona i risultati dell’esperimento ha poi confermato di essere sbigottito perché “la gente dovrebbe occuparsi altrettanto dei bambini in Siria”. La Sos Children’s Villages ha distribuito solo negli ultimi due mesi, migliaia di cappotti e abiti caldi alle famiglie dei rifugiati, che aumentano di giorno in giorno: almeno 2 milioni e mezzo sono fuggiti in cerca di un posto in cui rifondare le proprie radici. Ronning afferma che, anche se non si risolveranno mai le cose con un cappotto, almeno questo sarà utile ad un bambino, sicuramente gli darà conforto.


Bisogna fare i complimenti all’associazione che, in un periodo come questo in cui la malvagità, la calunnia e la disonestà sono valori che fanno da padroni al momento stesso, è riuscita a mostrare che al mondo c’è ancora qualcosa di buono, ci sono ancora persone pronte a togliersi il proprio cappotto e rimanere a maniche corte solo per consegnarlo ad un bambino che, di fatto, è un perfetto estraneo. Sono scene che fanno bene al cuore. Vorremmo che i nostri figli vedano solo azioni del genere come pubblicità del nostro mondo, per documentare che infine l’essere umano, non è poi così male.

“Fate l’amore, non la guerra”.

Marco Harmina

UN BEL RISVEGLIO, ISTRUZIONI PER L’USO

- Alzarsi dal letto e andare a pisciare

- Accendere il computer senza lavarsi la faccia

- E scrivere scrivere scrivere…che è un po’ l’unico modo di parlare da soli senza essere presi per pazzi

Buongiorno a chi da un po’ aveva deciso di fare a meno dell’amore e ora all’improvviso si accorge che decisioni così hanno le gambe corte.



Buongiorno a chi dopo una vita d’inferno ha detto: “No, così no, non ci sto”. E ora che è riuscito a dire basta è confuso e stupito.

Buongiorno a chi vorrebbe stare da un’altra parte, ma sa che se ci andasse vorrebbe ritornare al punto di partenza.

Buongiorno a chi non se la sente, non se la sente e basta. E pensa che quando è così: AFFANCULO TUTTI.

Buongiorno a chi non ne può più e ogni mattina che apre gli occhi pensa: “Oggi scoppio. Oggi scoppio”. E poi non scoppia mai.

Buongiorno a chi c’ha messo una vita a costruirsi una corazza e ancora adesso, che è vecchio e solo, non capisce che è arrivato il momento di sfilarsela.

E come tutte le mattine, buongiorno a chi ha il cuore pieno di parole, belle o brutte non importa, ma l’unica cosa che gli esce di bocca è: “IO VADO…”
domenica 23 febbraio 2014

Trattativa Stato-Mafia all'americana

A portare la notizia in Italia è stato Roberto Saviano, la scorsa settimana, attraverso la sua pagina Facebook. Il quotidiano messicano “El Universal” ha reso pubblici alcuni documenti giudiziari che confermano l’esistenza di contatti tra la DEA, il Dipartimento di Giustizia americano e il cartello messicano Sinaloa. Un’inchiesta che porta alla ribalta voci che circolavano già da tempo, soprattutto a seguito di alcune dichiarazioni rilasciate da un membro del cartello arrestato dall’agenzia americana antidroga nel 2009, un certo Vicente Zamblada Niebla. Le carte confermano costanti incontri (52 tra il 2000 e il 2009) tra agenti americani e membri dell’associazione criminale, all’insaputa del governo messicano, in violazione di trattati internazionali tra i due stati volti alla cooperazione nella lotta al traffico di sostanze stupefacenti.

Ma quali interessi spingerebbero la DEA a trattare con i trafficanti messicani? Secondo Niebla, ormai al centro delle indagini insieme alle dichiarazioni di un agente DEA e un funzionario del Dipartimento di Giustizia, l’obiettivo statunitense sarebbe stato la costruzione di una rete di informatori in Messico per controllare gli altri cartelli e assicurarsi una maggiore efficienza nel sequestro di partite di droga in territorio americano. Come sottolinea il giornale messicano, questo “accordo” non ha fatto altro che accendere una più forte rivalità tra i cartelli che ha portato ad un’escalation di violenze nel paese centroamericano  per il controllo del mercato della droga. Eventi drammatici, che hanno reso il “referente” della DEA, il cartello Sineloa e il suo boss Joaquin “El Chapo” Guzman, a crescere il proprio potere.


Ne la DEA, ne il Dipartimento di Giustizia hanno commentato le accuse. Rimane ancora poco chiaro se i contatti sono continuati dopo il 2009. Come sottolinea il blog statunitense “Business Insider”, ciò che emerge è la forte correlazione tra l’ascesa di Sineloa e il periodo di contatti tra questi (pare che a mediare sia un avvocato del cartello) e le agenzie americane. Una notizia che si inserisce nel filone d’inchiesta raccolto da Roberto Saviano nel suo ultimo libro, “Zero Zero Zero”, sempre molto attento a quanto accade oltreoceano, ma che risulta molto particolare, a suo modo. Non tanto per la possibilità di contatti tra agenzie governative americane e soggetti discutibili come i cartelli. Quanto per la modalità di soluzione scelta per quello che l’amministrazione Obama ha definito come il pericolo numero uno per la sicurezza nazionale: le organizzazioni criminali, appunto.

Luca Michele Piscitelli

USA, si spara ancora nelle scuole

Ennesima sparatoria quella accaduta nella giornata di martedì 14 gennaio in New Mexico, l’ultima di una lunga serie. Come spesso, purtroppo, accade, sia le vittime che il carnefice sono dei teenagers, i cosiddetti adolescenti americani non diversi da tanti altri, eccezion fatta per la loro vicinanza d’acquisto di un arma da fuoco. L’ episodio si è svolto nella scuola media Berrendo Middle School; 13 e 14 anni, questa l’età dei due ragazzi che hanno subìto i proiettili di un fucile a canne mozze, appartenente ad un loro compagno. Quest’ultimo, l’aggressore, ha affermato di aver compiuto un tale gesto per vendetta, per restituire tutto il male ricevuto da parte del bullo della scuola, passato in pochi secondi da barracuda a bambolina. Il ragazzo ha sparato per ben due volte in faccia al suo ex-persecutore, quindi si è voltato ed ha emesso un altro colpo, ferendo una ragazza ad un braccio. Ottima occasione per valutare il sistema di sicurezza installato nella scuola, sistema che ha funzionato alla perfezione: l’allarme è suonato, le porte sono state sbarrate e la polizia avvisata. Il mancato serial killer è stato così arrestato, mentre tutti gli altri studenti, rimasti inermi di fronte ad una così massiccia dose di vendetta, durante l’intervento delle forze dell’ordine, sono state trasportate con i scuolabus, fino al centro commerciale lì vicino.

Sono stati attimi di terrore per tutti i genitori che lavoravano nelle vicinanze della scuola media che, in pochi minuti hanno visto il quartiere pullulare di uomini in divisa e dirigersi verso l’istituto. Molte mamma, terminato l’incubo, hanno dichiarato di voler comprare al più presto un telefono cellulare al proprio figlio per rimanere sempre in contatto con loro. Nel frattempo, i militari hanno recintato la scuola in quanto “scena del crimine” e pertanto rimarrà chiusa.

Marco Harmina

La "Brigata Scodinzolante"

Ogni Natale che si rispetti porta con sé una novità, quasi a dire “uguali si, ma non nel dettaglio”. Questa’anno è la volta della “Wag Brigade” (letteralmente “brigata scodinzolante”) che ha conquistato tutto il mondo dall’aeroporto di San Francisco. Si tratta di una vera e propria comitiva a quattro zampe che, a partire dall’ inizio del mese corrente e per tutta la durata delle feste, è stata reclutata per conquistare le attenzioni dei passeggeri e far sì che volino con più pacatezza, contrastandone l’ansia del volo e le possibili tensioni che possono nascere durante le lunghe ed estenuanti file per il check-in. Le pelose reclute, armate di “dolcezza”, indossano un gilet grigio con scritto “accarezzami”, con accanto una targhetta da cui si intuisce l’appartenenza alla “Wag Brigade”. Lo scopo è quello di far distendere i nervi del passeggero attraverso la bellezza di un cane docile, ma soprattutto amichevole.

I “portatori sani di tranquillità”sono stati addestrati dal servizio della protezione per gli animali di San Francisco ed hanno già molta esperienza nell’agire come “pet-doctors” in un’ innovativa, ma non di certo la prima, “Pet-therapy”; prima dell’aeroporto di San Francisco hanno assistito persone negli ospedali, nelle scuole e in alcuni casi anche in qualche casa privata. La “Wag Brigade” può contare su otto elementi: da Toby, un Goldendoodle di 3 anni, a Donner, un labrador nero. “Andare all’aeroporto è come trascorrere un giorno alla spa. Riceve tutte le attenzioni. Tutti lo accarezzano, è perfetto per lui.”, queste le parole del proprietario di Toby, Shari Marks. 

Per “pet therapy” si intende una terapia basata sull’interazione uomo-animale. Fu lo psichiatra infantile Boris Levinson nel lontano, ma non troppo, 1960 ad enunciare per la prima volta le sue teorie sui benefici della compagnia degli animali associati a vari tipi di pazienti, affetti da altrettante patologie. Solo vent’anni più tardi è stata fondata negli Stati Uniti la “Delta Society”, che si occupa di studiare gli effetti terapeutici legati alla compagnia degli animali. 

In un periodo in cui si legge sempre più spesso di cani che mordono e, a volte, uccidono i propri padroni, queste storie sono di quelle che “fanno bene al cuore”. Insegnano a chi le ascolta un qualcosa che è sempre più raro sentire: sottolineano l’importanza di credere ancora nell’amore “non parlato”, ma non per questo più superfluo, che solo un animale può donare.

Quando un cane vede il suo padrone, il suo cervello rilascia le stesse sostanze del nostro quando siamo innamorati. 

Buon volo, ma soprattutto buon Natale.

Marco Harmina

Oltre il sapone, tanta cultura a Marsiglia

Marsiglia è una città particolare, fusione di popoli di molteplici origini, che ha saputo creare dalla diversità un’identità unica. Oggi è la città dell’arte, della rinascita culturale e sociale. Quest’anno è stata proclamata, insieme alla città slovacca Kosice, Capitale Europea della Cultura. All’inizio del 2013 è un cantiere aperto, sotto vari punti di vista: aperto al mare, alla società, alla cultura, al futuro. Dopo grandi trasformazioni subite già negli anni precedenti, sono stati avviati circa 60 cantieri tra recuperi, riconversioni e nuove costruzioni. Il progetto principale, finalizzato al rilancio turistico e culturale, è l’Euro-Méditerranée, un piano che prevede il rinnovamento urbano di Marsiglia, a partire dalle aree portuali dismesse e volto alla promozione dell’area metropolitana. Architetti, ingegneri e artisti sono accorsi da ogni parte del mondo per dare il proprio contributo e si sono concentrati in particolare nella zona che va da Vieux Port, riqualificato grazie a un intervento dello studio di architetti di Norman Foster, che ha reso l’intera area pedonale, a Le Panier, il quartiere più antico e caratteristico di Marsiglia, con i suoi vicoli multicolore.

Scendendo verso il Fort-Saint-Jean troviamo uno degli edifici più notevoli, il MuCEM, Museo della Civiltà d’Europa e del Mediterraneo, ideato dall’architetto franco-algerino di origine italiane Rudy Ricciotti, che si ricollega ad esso tramite una passerella. Un edificio di “pietra, acqua e vento” che ospita spazi museali e dal quale è possibile ammirare da una parte Notre-Dame-de-la-Garde, sull’alto della collina, e dall’altra la Cathédrale Sainte-Marie-Majeure in stile neobizantino.

Accanto al MuCEM, uno degli edifici più rivoluzionari è la Villa Méditerranée firmata dall’architetto italiano Stefano Boeri, che sviluppa i suoi spazi sopra e sotto il mare ed è caratterizzato da uno sbalzo di 36 metri sospeso a 14 metri di altezza dal livello del mare. Un intervento significativo è stato realizzato per il J1, un hangar situato sulle banchine del porto di Marsiglia, che è stato completamente riqualificato.

Aperto per la prima volta al pubblico, con mostre ed eventi (tra cui la mostra su Le Corbusier) diventa un luogo d’incontro nell’attività portuale. Altri progetti realizzati sono il Frac, Fonds Régional d’Art Contemporain, museo realizzato dall’Architetto Kengo Kuma, il quale ha dovuto inserire l’edificio nel quartiere di Joliette, dall’assetto urbano complesso; quattro edifici, tra i quali il grattacielo di Jean Nouvel nel quartiere di Quais d’Arenc; il museo della fotografia di Frank O. Gehry; l’Euromed ideato da Massimiliano Fuksas. 
Marsiglia rappresenta in sintesi uno dei più grandi progetti di riqualificazione urbanistica europea. In questa città così complessa, dalle mille contraddizioni, ci sono tutti i presupposti per la creazione di una nuova identità. E una buona architettura contribuisce in maniera significativa al raggiungimento di questo obiettivo.

Federica Salvatore

Marijuana dello Stato: la svolta Uruguayana


“Legalize Marijuana” gridano da anni tutte quelle persone che usufruiscono dei suoi mille impieghi, tutti considerati illegali secondo la maggior parte dei governi mondiali. Avranno sicuramente esultato, insieme ai cittadini a cui riguarda questa legge, tutti i sostenitori di tale causa quando sono venuti a conoscenza della svolta epocale che ha travolto il Sud America. L’Uruguay ha proclamato la marijuana legale. Come accadde tra gli anni ’60 e ’70 in Olanda, ieri il parlamento uruguayano ha ufficialmente affermato che, a partire dal mese di luglio del prossimo anno, lo Stato si prenderà cura della produzione, distribuzione e vendita della droga leggera in questione. È avvenuta a Montevideo la votazione in cui il Fronte Ampio, colazione della sinistra al governo, ha vinto il suffragio con 16 voti contro i 13 dell’opposizione. La legge prevede la creazione di un organo istituzionale che regolamenterà l’utilizzo della cannabis; verrà chiamato appunto Inc. Quest’ultimo rilascerà licenze ai privati per la coltivazione delle piante, non più di sei piante ad individuo; inoltre dovrà rapportarsi con le associazioni di consumatori, a cui sarà dato un limite massimo di 45 soci e 99 piante. I produttori più importanti, che venderanno la marijuana per scopi terapeutici e, quindi, tramite varie farmacie specializzate, potranno vendere un massimo di 40 grammi mensili a persona. Il Parlamento rende noto che sarà creato appositamente un registro di consumatori, così da tenere sotto controllo nel miglior modo possibile questa nuova sfida che il governo uruguayano si prepara ad affrontare; il registro sarà naturalmente regolato dalla già esistente legge sulla privacy e si baserà sulla regolamentazione di dosi ad personam in vigore nei Paesi Bassi, dove una singola persona non può acquistare più di 5 grammi al giorno.

Proseguendo il pensiero filosofico olandese per cui “se un problema si è dimostrato insolvibile è meglio cercare di controllarlo”, il presidente José Mujica ha voluto ribadire che l’obiettivo della riforma non è “diventare un Paese del fumo libero”, bensì tentare un “esperimento al di fuori del proibizionismo” per provare a”strappare un mercato importante ai trafficanti di droga”. A favore delle parole del presidente è il fatto che l’utilizzo della marijuana è stato esteso solo ai cittadini e non agli stranieri né tantomeno ai turisti. 


L’opposizione non poteva rimanere certo a guardare, annunciando che se nel caso dovesse partire dal popolo un referendum abrogativo, non saranno certo loro a fermarlo, in quanto tale legge si scontra contro i principi di alleanza internazionale con le altre nazioni, è sgradita al 60% della popolazione, ma soprattutto rischia di essere anticostituzionale. Di sicuro c'è che questa storia dividerà in due l’Uruguay, più di quanto abbia già fatto, a noi rimane solo che attendere l’autunno prossimo per constatare gli sviluppi e se una nazione è capace di accettare anche questo tipo di tabù, e, perché no, imparare anche qualcosa.

Marco Harmina

The pursuit of HappYness (il vero sogno Americano)

“Che tu creda di farcela o di non farcela avrai comunque ragione” (Henry Ford). Motivazioni, forza di volontà, determinazione, le uniche chiavi per il successo. Per tornare a guardare il futuro con fiducia occore tornare a sognare cercando un’ispirazione, un modello che stimoli fantasie ormai assopite. Chris Gardner, ne avrete sicuramente sentito parlare, è l’uomo giusto per dare una speranza a noi giovani. È l’ispiratore del film che ha riportato un pezzo di Italia ad Hollywood, "La ricerca della felicità" (The Pursuit of HappYness), la storia di un ex senza-tetto che ha conquistato Wall Street partendo dal nulla, e forse ispirandosi proprio alla frase di Henry Ford che apre questo articolo.

Tutto inizia da Milwaukee dove Gardner nacque all’inizio degli anni 50, e dove fin dall’infanzia visse momenti difficili a causa di un padre molto violento, che causò perfino l’arresto della madre accusandola di frode con prove rivelatesi poi infondate. Nonostante problemi personali e con la legge la madre fu la maggior fonte d’ispirazione per il giovane Chris, incoraggiandolo a credere in se stesso e ripetendogli sempre la stessa frase: “puoi contare solamente su te stesso, la cavalleria non sta arrivando”. A 17 anni si arruolò in marina, divisione medica, dove conobbe il dottor Ellis, un cardiochirurgo che gli offrì un lavoro nella sua clinica di San Francisco. Dopo il congedo iniziò a lavorare a stretto contatto con il dottore coltivando il sogno di un futuro come medico.

È una Ferrari però a cambiargli la vita, o meglio il suo proprietario, Bob Bridges. Gardner si trovava nel parcheggio del San Francisco General Hospital quando lo vide per la prima volta. L’immagine di benessere, trasmessa dal connubio tra una fuori-serie rossa ed un abito elegante, colpirono Chris che incuriosito chiese immediatamente che lavoro aveva permesso un simile tenore di vita. “Sono un broker” , queste le tre parole pronunciate da Bridges che scatenarono le motivazioni di Gardner, subito intenzionato a provare, assumendosi un rischio elevatissimo, una sorta di all-in con la vita, con alte probabilità di trovarsi catapultato da una stabilità mediocre ad un futuro di miseria. Inizò un tirocinio non retribuito presso la Dean Witter Reynolds, e la strada sembrò subito tutta in salita, la fine del mese era sempre più lontana, e gli unici introiti derivanti dalla vendita di apparecchiature mediche non gli consentivano un affitto. Nel 1982 riuscì a superare al primo colpo l'esame per la licenza e venne assunto regolarmente a tempo pieno, incredibilmente però proprio il successo lavorativo coincise con il momento più difficile della sua vita. Da quel momento Gardner fu costretto a dormire nei posti più disparati per la continua mancanza di soldi, cercando di risparmiare quanto possibile per riuscire ad affittare un appartamento. Per un intero anno, all'insaputa dei suoi colleghi, fu un senzatetto che passava la notte in motel, aeroporti, parcheggi, nel suo stesso ufficio, sui trasporti pubblici e perfino nei bagni. Dopo una vita passata ad inseguire “la ricerca della felicità” Gardner finalmente nel 1987 ricompose il suo puzzle, fondando la sua società finanziaria, la Gardner Rich e riuscendo a scalare i gradini di Wall Street fino a diventare uno dei guru della finanza americana. 

Per concludere torniamo al nostro titolo. Si scrive happiness e non happyness e molti di voi se ne saranno accorti fin dall’inzio, ma è tutto voluto ed è lo stesso errore commesso da Gardner nella sua autobiografia. Il perchè di una Y al posto di una I viene spiegato dallo stesso Chris in questo modo: «Quando finalmente riuscii a prendere il mio primo appartamento con mio figlio, di fronte avevamo un Centro sociale col nome di “Happyness”, proprio con la “y”» un aneddoto che spiega la semplicità di un uomo che, grazie alle sue forze ed al lavoro duro, ha raggiunto i suoi obiettivi, conquistando l’America.

L&S

Guy Delisle a Pyongyang: uno sguardo ironico da un posto molto serio

A volte è la prima impressione che ci da un luogo a determinare in qualche modo l’idea positiva o negativa che per sempre collegheremo ad esso. Chissà allora cosa sarà passato in mente a Guy quando, appena scese dall’aereo, eccitato e famelico di scoprire un paese pressoché inaccessibile, ricevette un mazzo di rose e gli fu imposto di porgerlo dinnanzi alla grande statua di bronzo raffigurante la maestosa figura dell’eterno presidente Kim Il-Sung. Fu come se, porgendo quel teatrale saluto, avesse dovuto quasi scusarsi, agli occhi del caro leader, della sua infima natura di straniero capitalista. Forse in quel preciso istante egli colse appieno l’importanza di raccontare il suo viaggio in un fumetto. Guy Delisle è un disegnatore e sceneggiatore Canadese, che da molti anni lavora e collabora con importanti studi di animazione internazionali. La sua carriera lo ha portato ad intraprendere numerosi viaggi in tutto il mondo, specialmente nell’area asiatica, stanziandosi per brevi periodi in Cina, Corea del Nord e Birmania.

Il resoconto del soggiorno in Corea del Nord, a Pyongyang, è raccontato in “Pyongyang: a journey in North Corea”, interessantissima graphic novel che attraverso un tono ironico, ma mai banale, ci introduce il paese più impenetrabile del globo, fra le sue assurde contraddizioni e la sua estrema povertà. La Corea del Nord, sul lato politico-sociale, è un caso unico nel suo genere. Guy passeggiando per le sue asettiche strade, sempre sotto lo stretto controllo di una guida del governo, si accorge di come il tempo si sia fermato agli anni più bui della guerra fredda. Tra slogan che inneggiano alla superiorità morale del governo nei confronti dell’occidente e marce trionfali che ricordano ai cittadini il permanente stato di guerra, sembra come se i repentini cambiamenti storici e le evoluzioni che hanno interessato la scena politica mondiale degli ultimi cinquantanni, non abbiano minimamente scalfito le mura che hanno chiuso ermeticamente questo paese. La totale e incondizionata sottomissione di un popolo a un sistema così assurdo spiazza l’autore, che con vena sarcastica cerca di spiegare al lettore come il governo dei Kim, unica famiglia da sempre a capo della Corea del Nord del dopo guerra, possa attraverso uno spietata politica di terrore affiancata da una massiccia propaganda, risultare molto amato dai nordcoreani. Prima con Kim Il-sung, poi con Kim Jong-il e ora con Kim Jong-un, il potere si è tramandato da padre in figlio, creando quella che sembra essere la prima e unica “dinastia comunista” al mondo.

Guy Delisle vive il suo soggiorno a Pyongyang accompagnato da un senso di continua irrequietezza misto a periodi di noia totale, creata in gran parte dalle lunghe visite di gloriosi monumenti dedicati al beneamato leader Kim Il-sung e musei sulla guerra di Corea, uniche attività consentite a uno straniero. Il non poter comunicare con i coreani, non solo per distanza idiomatica, ma soprattutto per netta distanza culturale abbatte l’autore, che in molti casi vede ostacolati i suoi tentativi di contatto con operai o contadini. La tragicità della situazione nordcoreana è però saggiamente mitigata dall’ironia dell’autore, che vede nello humour un vero e proprio antidoto al suo shock culturale. Difatti ogni piccolo fatto e azione che scorre davanti i suoi occhi offre spunto per una battuta o per un pensiero sarcastico, da dove si evince però, bisogna riconoscerlo, un punto di vista un tantino nichilista e disinnamorato del mondo. Guy Delisle critica le questioni più controverse e delicate della nostra scena mondiale con una intelligente spensieratezza, un lusso che il popolo nordcoreano forse non conoscerà mai.

Mattia


Kennedy 50 anni dopo. Cosa abbiamo perso quel 22 novembre ’63?

Teorie del complotto a parte, che cosa abbiamo perso quel 22 novembre ’63? Parliamo di storia degli Stati Uniti e in particolare di una storia che dopo 50 anni ancora non conosce la parola fine. O meglio, ancora non conosce la parola “verità”. Ci riferiamo all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, 35° Presidente degli Stati Uniti, ucciso a Dallas (Texas) il 22 novembre 1963. Nel 2013 ricorre il cinquantesimo anniversario da quel drammatico giorno e per l’occasione tutti si sono cimentati in discussioni e dibattiti incentrati sull’evento. Tutti molto contenti di poter mandare in onda programmi televisivi forniti di filmati inediti, ricostruzioni 3D e plastici in rilievo per ricostruire quanto accaduto quel giorno a Dallas. Per non parlare di quasi tutta la cinematografia esistente sulla vicenda che è stata mandata in onda dalle nostre tv in soli 2-3 giorni; e va precisato che i film su Kennedy sono davvero molti.

L’interesse che è esploso per la vicenda dell’uccisione di J.F.K. è stato a dir poco altissimo. Ed è anche entusiasmante vedere che la storia (intesa in senso lato, come scienza sociale), interessa così tante persone. Conoscere gli eventi passati è utile per sapere da dove veniamo. Non è una frase di convenzione che si dice tanto per dare un senso a queste righe. Conoscere gli avvenimenti passati è veramente utile oggi perché ci fa riflettere in merito a quanto abbiamo fatto noi (come umanità) in passato. Sia che si tratti di grandi imprese positive come il coraggio di quei tedeschi che il 9 novembre 1989 abbatterono un muro che divideva in due non una città o un paese ma il mondo stesso; o che si tratti di imprese meno gloriose come il lancio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto 1945 per porre fine alla Seconda guerra mondiale. Avvenimento, quest’ultimo, che dava l’inizio a quella cosiddetta “Guerra Fredda” tra USA e URSS che finirà proprio con la caduta di quel muro berlinese. 

Comunque, l’uccisione di Kennedy oggi appare come un “grande mistero” della storia dell’umanità perché nonostante l’assassino, Lee Harvey Oswald, sia poi stato arrestato (e a sua volta ucciso da Jack Ruby, proprietario di un night club di Dallas noto per i legami con la mafia), ogni persona sulla faccia della terra ha la sensazione che questa non sia la realtà. Le teorie complottiste sulla morte di JFK sono fin troppe; quelle che parlano di cospirazioni della mafia, della CIA e dell’FBI, dei sudisti o dell’industria militare o dello stesso Johnson, che succedette a Kennedy. Sono talmente tante che si capisce che la verità difficilmente riuscirà a venire fuori. La verità assoluta non esiste. O meglio, esiste, ma non potendola mai raggiungere è come se essa fosse in sostanza qualcosa di inesistente. Nel 2017 molti dei documenti secretati dalla CIA saranno declassificati e resi pubblici e sicuramente si avranno nuovi dettagli sulla vicenda. Ma a cosa serve immergersi in teorie complottiste ora, se poi alla fine la verità rimane nascosta e, purtroppo, irraggiungibile? I complottisti sono soliti dire che “dobbiamo pensare con le nostre menti” e non credere a quello che ci dicono. Ebbene, coloro che credono alle teorie dei complottisti sono proprio coloro che non pensano con le proprie menti e che assorbono con estrema passività tutto quello che gli viene detto in merito ad una vicenda, purché non sia la versione ufficiale fornita “dall’alto”. Non stiamo dicendo che la teoria di Oswald come unico colpevole sia da prendere per vera, anzi, crediamo che sicuramente vi siano fin troppe zone d’ombra che ci inducono a pensare che la morte di Kennedy era voluta anche da qualcuno “più grande” di un semplice pazzo solitario. Appare inoltre strano che il Presidente statunitense possa essere ucciso per strada senza che tutte le forze di sicurezza che sono solite scortarlo non riescano ad evitare una tale strage. Ma in fin dei conti non possiamo spremere le nostre fantasie all’estremo e dobbiamo adeguarci a quante fonti abbiamo a disposizione oggi. Quello che possiamo intanto fare sono delle valutazioni e delle analisi e cercare di capire come sarebbe oggi il mondo se JFK non fosse stato ucciso nel ’63 e avesse avuto la possibilità di essere eletto per un secondo mandato. Se veramente Kennedy voleva bloccare la guerra del Vietnam prima della sua escalation, se le sue politiche di integrazione fossero andate avanti e la segregazione razziale fosse finita negli Stati Uniti proprio durante gli anni di JFK, il mondo sarebbe lo stesso oggi? Sicuramente no. La guerra del Vietnam durò 15 anni e gli strascichi si ebbero anche più a lungo. Negli Stati Uniti il movimento per i diritti civili lottò fino alla fine degli anni ’70 con vigore e i primi veri risultati positivi si ebbero dopo parecchio tempo. Insomma, quello che oggi possiamo fare è semplicemente chiederci, con raziocinio e con molta cautela, quale opportunità il mondo ha perso quando il 22 novembre 1963, semplicemente “qualcuno” uccise Kennedy. 

Maged Srour

Mobina, deejay donna per le donne

La violenza sulle donne è un problema reale , basta accendere la TV o aprire i giornali per rendersene conto. La storia di oggi parla di una donna che ogni giorno combatte per le donne, lo fa come dj su una radio. Il suo nome è Mobina Khairandish e dal 2003 dirige in Afghanistan “A mani aperte”, il programma radiofonico che per tre giorni a settimana si rivolge alle donne afghane per aiutarle a cambiare le proprie condizioni di vita. Il nome della stazione radio Rabia Balkhi è il nome di una poetessa afghana del X secolo uccisa brutalmente dal fratello. In Afghanistan dove il 87% delle donne è analfabeta la radio è uno strumento potente lo avevano capito anche i Talebani che lo usano come maggiore mezzo di propaganda. Mobina racconta come ha deciso di intraprendere questa strada : «Frequentavo la scuola nella provincia di Balkh e vedevo continuamente ingiustizie e violenze contro le donne. Ricordo di aver iniziato a provare tanta rabbia e indignazione. Mi chiedevo perché nessuno si attivasse per cambiare le cose». Dal 2008 con l'aiuto di Action Aid un organizzazione umanitaria che opera in Afghanistan ha deciso di intraprendere un corso di consulenza paralegale per dare un supporto più concreto alle donne afghane che ne avevano bisogno. Le donne possono conoscere quali strumenti la legge mette a loro disposizione per la salvaguardia dei loro diritti, quali azioni legali possono essere intraprese per renderli effettivi, come cambiare un sistema sociale che sopprime il loro ruolo e la loro identità. Mobina racconta di quanto ha dovuto lottare contro le istituzioni che si opponevano ad un suo riconoscimento legale. Lo scorso 28 novembre Mobina ha preso parte ad un incontro alla Camera dei Deputati dove i parlamentari italiani e afghani hanno discusso del futuro dell’Afghanistan, un paese dove dominano ancora guerra e povertà, è necessario che l’Italia faccia la sua parte per garantire che i diritti delle donne siano priorità dell’agenda internazionale. Proprio in questi giorni sul sito di Action aid si svolge una campagna di raccolta firme contro la violenza delle donne afghane. 

Vedi anche:

Augusto Piazza
venerdì 6 dicembre 2013

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