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RELAZIONI PERICOLOSE
Se la loro storia d’amore fosse un libro, sarebbe “ le relazioni pericolose”. Simone de Beauvoire e Jean Paul Sartre sono forse la coppia letterata più conosciuta e la relazione fra due menti eccelse del Novecento, il filosofo padre dell’esistenzialismo e la scrittrice femminista, fu destinata, da subito, a dare scandalo.
Si incontrano all’università della Sorbona nel 1929 : lui 24 anni, basso, vestito senza cura ma con un’immensa caratura culturale. Lei, poco più che ventenne, ragazza dell’alta borghesia ne resta subito affascinata e rapita. I due si innamorano ma il loro non sarà mai un amore convenzionale.
Si incontrano all’università della Sorbona nel 1929 : lui 24 anni, basso, vestito senza cura ma con un’immensa caratura culturale. Lei, poco più che ventenne, ragazza dell’alta borghesia ne resta subito affascinata e rapita. I due si innamorano ma il loro non sarà mai un amore convenzionale.
Nell’ottobre del 1929 viene sancito il loro particolare matrimonio, un contratto rinnovabile ogni due anni in cui la clausola principale è l’apertura ai cosiddetti “amori contingenti” vissuti da entrambi. Questi furono gli ingredienti che resero immediatamente scandalosa la loro unione, nonostante il loro fosse un rapporto basato sull’uguaglianza culturale e l’indipendenza. Le relazioni intraprese da entrambi erano sempre rese trasparenti dalla reciproca complicità, confidenza e rispetto: nulla nella loro vita doveva essere dissimulato. Simone e Jean Paul rifiutavano una vita banale, sui binari della normalità e sebbene le relazione (soprattutto di Sartre) furono numerose e misero spesso a repentaglio la coppia, il filosofo più volte dichiarerà : “La mia vita non appartiene a me solo, voi (Simone) siete sempre me, l’essere stesso del mio essere, il cuore del mio cuore”.
Gli stessi valori che caratterizzavano la vita sentimentale di Simone de Beauvoire, caratterizzeranno anche la sua produzione intellettuale: libertà e giustizia sono il comune denominatore della sua attività, il suo impegno civile attraverso libri ed articoli diviene costante e necessario per dare voce agli oppressi: le torture nella guerra in Algeria, la crudeltà della guerra in Vietnam, il maggio ’68 in Francia. Saranno però le battaglie femministe che la consegneranno alla storia come emblema assoluto del femminismo impegnato.
Il “secondo sesso” è sicuramente la sua opera più importante, qui l’autrice fa qualcosa di mai fatto prima: analizza l’essere donna nelle sue mille sfaccettature. Il contenuto di alcuni capitoli, primo fra tutti quello che difendeva la libertà di aborto, irritò profondamente tanto da spingere la Chiesa ad inserirlo fra i libri proibiti con un editto del Vaticano nel 1956. All’interno dell’opera però, nonostante i temi, la De Beauvoire non è mai sfrontata, fa ricorso alla letteratura, al mito, alla filosofia.
Una donna fuori dagli schemi, una donna intraprendente e indipendente tutte caratteristiche che la renderanno insieme a suo marito (padre dell’esistenzialismo) una delle maggiori menti del Novecento. Nonostante però l’esuberanza che caratterizzò tutta la sua vita, una cosa per Simone De Beauvoire fu un caposaldo : il suo amore per Sartre. Malgrado il matrimonio stipulato come un contratto a termine, la loro unione durò più di 50 anni, tutta la loro vita.
Elena Guglielmino
mercoledì 15 gennaio 2014
Torna la Allende ma con tinte di giallo
Passione, amore e qualche
nota di paranormale sono i colori principali dei romanzi dell'Allende
che non mancano nel nuovo romanzo della scrittrice sud americana: Il
gioco di Ripper. Questa volta però si aggiunge un colore inedito
alla storia: il giallo. Le protagoniste del romanzo sono due donne
della famiglia Jackson: Indiana e sua figlia Amanda. Indiana è una
guaritrice di una clinica olistica, rimane incinta molto giovane e
decide poi di separarsi dal padre di Amanda, vede sempre il lato
buono delle persone e con la sua indole altruista cerca di curare le
persone nel corpo e nell'anima. Amanda rispecchia più il padre,
ispettore capo della sezioni omicidi di San Francisco, brillante ,
introversa e con un eccezionale talento per le indagini criminali. È
lei a creare Ripper, un gioco online basato su Jack the ripper , Jack
lo squartatore , in cui vari giocatori da parti lontane del mondo si
incontrano per risolvere casi misteriosi. Quando San Francisco è
scossa da una serie di omicidi, i giocatori di Ripper cominciano a
fare le proprie indagini fino ad ipotizzare un sottile linea che
collega i delitti e l'ombra di un serial killer. Il gioco diventa
sempre più reale fino a coinvolgere in prima persona i protagonisti.
''Per Amanda e i suoi amici
Ripper era solo un gioco.
Ma quando San Francisco è
scossa da una serie di misteriosi
omicidi, Amanda sembra
l'unica in grado di risolvere l'enigma”
L' Allende tocca varie
tematiche durante la narrazione, dalla guerra in Iraq e Afganistan al
problema della mutilazione genitale femminile diffuso in alcune
culture. Per gli amanti della scrittrice peruviana questo libro sarà
una scoperta, per chi non ha letto nulla di questa scrittrice la trama
inedita può essere un buon motivo per iniziarla a conoscere. Sul
sito della autrice è possibile leggere l'incipit del romanzo:
http://www.isabelallende.it/
.
Isabel Allende
Il gioco di Ripper
Feltrinelli
462 pagine 19 €
e-book 12,99 € Augusto Piazza
giovedì 9 gennaio 2014
Trent'anni fa il primo cinepanettone
Amato
o odiato torna anche quest'anno il cinepanettone. Uno scorcio
d'Italia e dell'italiano medio dipinto a tratti frenetici e di
immediata accessibilità. Il popolo rivede se stesso sullo schermo
del cinema ma con ogni difetto e pregio ingigantito al massimo come
in una caricatura. Simbolo del cinema volgare , per alcuni privo di
veri contenuti , prodotto con budget minimo e che ha come fine
principale quello di attrarre la fetta più ampia del pubblico e
raggiungere gli incassi più alti; lontano dal cinema d'autore o il
cinema hollywoodiano che ha contenuti per le menti più elevate e
prezzi di produzione alle stelle. Che lo vogliate o no il
cinepanettone compie 30 anni.
Era infatti il lontano Natale del 1983
quello che ha visto nelle sale cinematografiche il capostipite
Vacanze
di Natale diretto
da Carlo Vanzina insieme
al fratello Enrico. Inaspettato arriva anche un saggio di uno
studioso inglese dell’università di Leeds Alan O’Leary, The
Phenomenology of the cinepanettone
edito
anche in Italia con il titolo,
Fenomenologia
del Cinepanettone,
in libreria da pochi giorni per Rubbettino. Lo studioso con approccio
strutturalista descrive un genere in cui gli ingredienti sono
molteplici: “I film si svolgono in località da sogno, e quasi
tutti hanno titoli composti dalla formula
Natale+preposizione+località, anche se l’aspetto natalizio è più
spesso lasciato sottinteso, tanto che la maggior parte dei film
mostra chiaramente di essere stata girata durante l’estate o a
inizio autunno”.
La trama presenta elementi standardizzati:
“Caratteristica
tipica del cinepanettone del nuovo secolo è la trama costruita su
storie parallele, con protagonisti Massimo Boldi e Christian De
Sica”, fino al penoso divorzio. “Spesso i momenti più spassosi
dei film sono quelli in cui i personaggi di Boldi e De Sica
finalmente si incontrano; di solito questo avviene in uno spazio
ristretto, come in bagno, in uno spogliatoio o in una doccia”.
O' Leary fa anche una lettura metaforica del corpo di Boldi , per cui
il comico lombardo impersona perfettamente il topos del corpo
carnevalesco di Mikhail Bakhtin, secondo cui “L’accento
è messo su quelle parti del corpo in cui esso è aperto al mondo
esterno, in cui cioè il mondo penetra nel corpo o ne sporge, oppure
in cui il corpo sporge sul mondo, quindi sugli orifizi, sulle
protuberanze, su tutte le ramificazioni ed escrescenze: bocca
spalancata, organi genitali, seno, fallo, grosso ventre, naso”.
È uno spettacolo in cui ogni spettatore ha la sua parte, e ogni
target di pubblico ha la “sua” battuta e il suo rappresentante
sullo schermo: ci sono gli arricchiti, c’è il nobile decaduto, c’è
sempre una varietà di dialetti molto marcati, almeno un napoletano e
un toscano : “Calibrato
per rivolgersi a gruppi diversi, in modo che (in teoria almeno) ogni
parte del pubblico abbia in sequenza la risata assicurata,
contagiando così il resto del pubblico e trasformando la risata in
universale e continua. La presenza di molteplici destinatari mette in
difficoltà la valutazione critica, in quanto i criteri che si usano
non sono spesso e volentieri adatti, perché basati su un’idea di
testo come oggetto unitario e coerente, mentre il cinepanettone è
una forma centrifuga pensata per attirare l’attenzione incostante
dei suoi diversi tipi di spettatori”.
C'è anche chi fa una lettura politica del cinepanettone: Curzio
Maltese scrive: “Il
crollo di incassi del cinepanettone di Natale [...] è forse il primo
e più clamoroso segno della fine dell’epoca berlusconiana. Il
cinepanettone sta al ventennio berlusconiano così come i «telefoni
bianchi» stanno al ventennio fascista. [...] Le anomalie, politica e
cinematografica, hanno viaggiato in parallelo dall’inizio degli
anni ’90 fino a ieri, per crollare di schianto insieme”.
Esce ora nelle sale il nuovo rappresentante del genere Colpi
di fortuna diretto
da Neri Parenti, a voi la scelta. Comunque sia il cinepanettone si è
inserito ormai nella teca del cinema italiano, anche se magari nella
mensola più bassa.
AP
The pursuit of HappYness (il vero sogno Americano)
“Che tu creda di farcela o di non farcela avrai comunque ragione” (Henry Ford). Motivazioni, forza di volontà, determinazione, le uniche chiavi per il successo. Per tornare a guardare il futuro con fiducia occore tornare a sognare cercando un’ispirazione, un modello che stimoli fantasie ormai assopite. Chris Gardner, ne avrete sicuramente sentito parlare, è l’uomo giusto per dare una speranza a noi giovani. È l’ispiratore del film che ha riportato un pezzo di Italia ad Hollywood, "La ricerca della felicità" (The Pursuit of HappYness), la storia di un ex senza-tetto che ha conquistato Wall Street partendo dal nulla, e forse ispirandosi proprio alla frase di Henry Ford che apre questo articolo.
Tutto inizia da Milwaukee dove Gardner nacque all’inizio degli anni 50, e dove fin dall’infanzia visse momenti difficili a causa di un padre molto violento, che causò perfino l’arresto della madre accusandola di frode con prove rivelatesi poi infondate. Nonostante problemi personali e con la legge la madre fu la maggior fonte d’ispirazione per il giovane Chris, incoraggiandolo a credere in se stesso e ripetendogli sempre la stessa frase: “puoi contare solamente su te stesso, la cavalleria non sta arrivando”. A 17 anni si arruolò in marina, divisione medica, dove conobbe il dottor Ellis, un cardiochirurgo che gli offrì un lavoro nella sua clinica di San Francisco. Dopo il congedo iniziò a lavorare a stretto contatto con il dottore coltivando il sogno di un futuro come medico.
È una Ferrari però a cambiargli la vita, o meglio il suo proprietario, Bob Bridges. Gardner si trovava nel parcheggio del San Francisco General Hospital quando lo vide per la prima volta. L’immagine di benessere, trasmessa dal connubio tra una fuori-serie rossa ed un abito elegante, colpirono Chris che incuriosito chiese immediatamente che lavoro aveva permesso un simile tenore di vita. “Sono un broker” , queste le tre parole pronunciate da Bridges che scatenarono le motivazioni di Gardner, subito intenzionato a provare, assumendosi un rischio elevatissimo, una sorta di all-in con la vita, con alte probabilità di trovarsi catapultato da una stabilità mediocre ad un futuro di miseria. Inizò un tirocinio non retribuito presso la Dean Witter Reynolds, e la strada sembrò subito tutta in salita, la fine del mese era sempre più lontana, e gli unici introiti derivanti dalla vendita di apparecchiature mediche non gli consentivano un affitto. Nel 1982 riuscì a superare al primo colpo l'esame per la licenza e venne assunto regolarmente a tempo pieno, incredibilmente però proprio il successo lavorativo coincise con il momento più difficile della sua vita. Da quel momento Gardner fu costretto a dormire nei posti più disparati per la continua mancanza di soldi, cercando di risparmiare quanto possibile per riuscire ad affittare un appartamento. Per un intero anno, all'insaputa dei suoi colleghi, fu un senzatetto che passava la notte in motel, aeroporti, parcheggi, nel suo stesso ufficio, sui trasporti pubblici e perfino nei bagni. Dopo una vita passata ad inseguire “la ricerca della felicità” Gardner finalmente nel 1987 ricompose il suo puzzle, fondando la sua società finanziaria, la Gardner Rich e riuscendo a scalare i gradini di Wall Street fino a diventare uno dei guru della finanza americana.
Per concludere torniamo al nostro titolo. Si scrive happiness e non happyness e molti di voi se ne saranno accorti fin dall’inzio, ma è tutto voluto ed è lo stesso errore commesso da Gardner nella sua autobiografia. Il perchè di una Y al posto di una I viene spiegato dallo stesso Chris in questo modo: «Quando finalmente riuscii a prendere il mio primo appartamento con mio figlio, di fronte avevamo un Centro sociale col nome di “Happyness”, proprio con la “y”» un aneddoto che spiega la semplicità di un uomo che, grazie alle sue forze ed al lavoro duro, ha raggiunto i suoi obiettivi, conquistando l’America.
L&S
lunedì 9 dicembre 2013
Guy Delisle a Pyongyang: uno sguardo ironico da un posto molto serio
A volte è la prima impressione che ci da un luogo a determinare in qualche modo l’idea positiva o negativa che per sempre collegheremo ad esso. Chissà allora cosa sarà passato in mente a Guy quando, appena scese dall’aereo, eccitato e famelico di scoprire un paese pressoché inaccessibile, ricevette un mazzo di rose e gli fu imposto di porgerlo dinnanzi alla grande statua di bronzo raffigurante la maestosa figura dell’eterno presidente Kim Il-Sung. Fu come se, porgendo quel teatrale saluto, avesse dovuto quasi scusarsi, agli occhi del caro leader, della sua infima natura di straniero capitalista. Forse in quel preciso istante egli colse appieno l’importanza di raccontare il suo viaggio in un fumetto. Guy Delisle è un disegnatore e sceneggiatore Canadese, che da molti anni lavora e collabora con importanti studi di animazione internazionali. La sua carriera lo ha portato ad intraprendere numerosi viaggi in tutto il mondo, specialmente nell’area asiatica, stanziandosi per brevi periodi in Cina, Corea del Nord e Birmania.
Il resoconto del soggiorno in Corea del Nord, a Pyongyang, è raccontato in “Pyongyang: a journey in North Corea”, interessantissima graphic novel che attraverso un tono ironico, ma mai banale, ci introduce il paese più impenetrabile del globo, fra le sue assurde contraddizioni e la sua estrema povertà. La Corea del Nord, sul lato politico-sociale, è un caso unico nel suo genere. Guy passeggiando per le sue asettiche strade, sempre sotto lo stretto controllo di una guida del governo, si accorge di come il tempo si sia fermato agli anni più bui della guerra fredda. Tra slogan che inneggiano alla superiorità morale del governo nei confronti dell’occidente e marce trionfali che ricordano ai cittadini il permanente stato di guerra, sembra come se i repentini cambiamenti storici e le evoluzioni che hanno interessato la scena politica mondiale degli ultimi cinquantanni, non abbiano minimamente scalfito le mura che hanno chiuso ermeticamente questo paese. La totale e incondizionata sottomissione di un popolo a un sistema così assurdo spiazza l’autore, che con vena sarcastica cerca di spiegare al lettore come il governo dei Kim, unica famiglia da sempre a capo della Corea del Nord del dopo guerra, possa attraverso uno spietata politica di terrore affiancata da una massiccia propaganda, risultare molto amato dai nordcoreani. Prima con Kim Il-sung, poi con Kim Jong-il e ora con Kim Jong-un, il potere si è tramandato da padre in figlio, creando quella che sembra essere la prima e unica “dinastia comunista” al mondo.
Guy Delisle vive il suo soggiorno a Pyongyang accompagnato da un senso di continua irrequietezza misto a periodi di noia totale, creata in gran parte dalle lunghe visite di gloriosi monumenti dedicati al beneamato leader Kim Il-sung e musei sulla guerra di Corea, uniche attività consentite a uno straniero. Il non poter comunicare con i coreani, non solo per distanza idiomatica, ma soprattutto per netta distanza culturale abbatte l’autore, che in molti casi vede ostacolati i suoi tentativi di contatto con operai o contadini. La tragicità della situazione nordcoreana è però saggiamente mitigata dall’ironia dell’autore, che vede nello humour un vero e proprio antidoto al suo shock culturale. Difatti ogni piccolo fatto e azione che scorre davanti i suoi occhi offre spunto per una battuta o per un pensiero sarcastico, da dove si evince però, bisogna riconoscerlo, un punto di vista un tantino nichilista e disinnamorato del mondo. Guy Delisle critica le questioni più controverse e delicate della nostra scena mondiale con una intelligente spensieratezza, un lusso che il popolo nordcoreano forse non conoscerà mai.
Mattia
Virginia Woolf, una donna fuori dal comune
Una propensione letteraria notevole, un’ intelligenza acuta, una sensibilità fuori dal comune e la sofferenza derivata dal suo essere al mondo. Questa, in estrema sintesi, era Virginia Woolf e ciò che di lei ancora ci affascina. Nata a Londra nel 1882, la scrittrice visse nel secolo scorso e combatté, spesso oltrepassandoli, i limiti che la società di quel periodo imponeva al suo essere donna. Il padre non le permise di studiare all’università come fecero i suoi fratelli, ma, nonostante l’amarezza, Virginia, non solo respirò a pieni polmoni il meglio dell’ambiente culturale del suo tempo, ma contribuì attivamente alla sua creazione. L’accesso alla libreria paterna le spalancò il mondo nel quale voleva vivere: un mondo fatto di immaginazione e acuta osservazione della realtà. Attivista all’interno dei movimenti femministi scrisse due importanti saggi, “Una stanza tutta per sé” e “Le tre Ghinee”, per evidenziare e denunciare come la condizione femminile fosse ostacolata e repressa dalla cultura maschile dominante, soprattutto riguardo la minore possibilità, che avevano le donne dell’epoca, di accedere alla cultura. Virginia fu certamente una femminista convinta, ma distante dallo stereotipo di donna realizzata o di eroina della mitologia femminista ma non si rinchiuse mai in separate comunità; non voleva essere di più ma neanche di meno.
Lo scrivere sembra essere stato per lei, contemporaneamente, fonte di vita e desiderio di morte ed era sempre molto tormentata quando si trovava in procinto di terminare le sue opere. Virginia soffrì per tutta la vita di crolli nervosi e bipolarismo: per questo amava circondarsi di persone e al tempo stesso, quando era sola, cadeva in uno stato d'ansia con sbalzi d'umore tipici della malattia. E a contribuire all'aumento delle sue fobie fu, di certo, anche lo scoppio della seconda guerra mondiale. Nella scrittura, la Woolf abbandona la tecnica di narrazione tradizionale, per delinearne una moderna. Eliminando il dialogo diretto e la trama classica, dirige la sua attenzione verso il monologo interiore. La realtà esterna perde la sua funzione privilegiata, eccetto per quanto riguarda l'influenza che esercita sulla vita interiore del soggetto. Il tempo interiore differisce da quello esteriore per l'assenza di una cronologia; seguendo i processi della mente la narrazione procede attraverso spostamenti in avanti e all'indietro nel tempo, seguendo pensieri e ricordi suscitati dall'ambiente circostante e dalle situazioni, un flusso di pensieri dunque.
Dalle lettere, dai diari e dalle testimonianze di chi ha vissuto accanto a lei emerge il suo bisogno intimo, profondo di vivere l’esistenza in tutti i suoi vari aspetti, catturandoli e doppiandoli sulla pagina attraverso l’atto dello scrivere, che si configurava come tentativo di catturare la vita stessa. La malinconia e le ombre di una personalità che a tratti viveva con dolore la propria esperienza nel mondo non devono tradursi nell’immagine di una donna che non amasse o sapesse vivere. Virginia Woolf visse per la scrittura e nella scrittura facendo di questa uno specchio che riflette, non in maniera realistica e oggettiva, ma simbolica e talvolta deformante, una realtà di frammentazione. Il mattino del 28 Marzo 1941 il mondo assiste impotente all’addio di una delle più tormentate menti del Novecento. Virginia Woolf si riempie le tasche di sassi e si lascia annegare nel fiume, vicino casa. "La bellezza del mondo ha due tagli, uno di gioia, l'altro d'angoscia, e taglia in due il cuore."
Elena Guglielmino
domenica 8 dicembre 2013
Si può strappare un sorriso parlando di mafia?
“L’onorevole Andreotti dice che l’emergenza criminalità è in Calabria e in Campania, Generale, ha forse sbagliato regione?”. Questa è la domanda che Arturo, alla sua prima intervista da giornalista, pone al Generale Dalla Chiesa. La cosa strana è che Arturo è un bambino e nella sua onesta ingenuità riesce a cogliere un punto fondamentale: i piani alti hanno deciso di porre l'attenzione su altro e spegnere momentaneamente i riflettori sulla Sicilia.
IL FILM. Primo film da regista, interprete e sceneggiatore per Pierfrancesco Diliberto, in arte PIF. Un'opera che racconta il suo rapporto personale e quello di un'intera generazione che ha vissuto contiguamente alla mafia. E' la storia di Arturo Giammarresi, bambino nato e cresciuto nella Palermo tra gli anni '70 ed il 1993, con il sogno di diventare giornalista ed una 'strana' passione per l'onorevole Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio. In una recente intervista lo stesso PIF ha dichiarato: "Il problema è che a Palermo tutti sanno tutto. A 10 anni sapevo che in un certo bar si vedevano i mafiosi. Poi col tempo si è scoperto che i pentiti raccontavano che in quel bar c'erano raduni di mafia. Come è possibile che un bambino di 10 anni sa una cosa del genere e nessuno ha fatto niente?". La verità è che la generazione dei genitori di Arturo (e dello stesso PIF) ha in qualche modo protetto i propri figli conducendo una sorta di vita parallela. I bambini vivevano un'infanzia quasi del tutto inconsapevole di quello che stava succedendo, come se fosse normale, però drogata. "La mafia uccide solo d'estate" oppure "La mafia è come i cani, basta non dargli fastidio" sono proprio esempi di frasi e luoghi comuni usati dai genitori per sminuire l'operato della mafia agli occhi dei bambini. Si, perché non si negava la mafia, si negava la pericolosità della mafia. Un'atteggiamento questo che ha permesso ad alcuni di vivere una vita relativamente tranquilla, ma che ha lasciato da solo chi invece pensava che fosse giusto combattere e sconfiggere la mafia. Di una cosa però Arturo è certo: è innamorato di Flora. Se ne innamora tra i banchi di scuola e questo sentimento diventa importante e portante per raccontare questo tipo di storia e per far capire quanto si possa essere felici nel privato anche quando la cosa pubblica intorno è drammatica, tragica e collusa con la mafia.
Questo film è un'occasione per conoscere meglio e spiegare cos'è la mafia, indicando assassini e vittime, separando complici ed eroi, sempre usando però quella chiave di leggerezza ed ironia che è il marchio di fabbrica di PIF. Lo spettatore viene portato a guardare quella realtà con gli occhi di un bambino, trasformando quindi il racconto in un'opportunità per riflettere ed informare le nuove generazioni su una realtà e su un pezzo di storia, che forse è anche utile per leggere l'attualità.
Allego il link del trailer: http://www.youtube.com/watch?v=i7SfARhL9ws
Claudio Bellucci
giovedì 5 dicembre 2013
Dancers among us
Be alive
Leggerezza. Grazia. Agilità. Mistero. Il mistero di corpi che
spiccano il volo, corpi in movimento. La
magia del poter esprimere se stessi, nelle azioni quotidiane, con fare sorprendente. Non c’è
trucco e non c’è inganno e tanto meno un trampolino. Cosa succede se dietro un
gesto banale, meccanico, spesso scontato, nasce un’entusiasmante
ispirazione? A rispondere è Jordan
Matter, attore, ex giocatore di basball e fotografo americano, autore del libro
Dancers Among Us. Un bestseller per il New York Times e per Barnes&Noble e per Amazon e Oprah Magazine, uno dei migliori libri del 2012. Quando la fotografia incontra la danza e la danza, la vita di
tutti i giorni. La sorpresa sta nel dare forma a ciò che si reputa impensabile e
impossibile, a salti ed acrobazie. I ballerini sono narratori. Hanno la
straordinaria capacità di rendere un momento vitale, energico e non solo su un
palcoscenico. “Ballerini Tra Noi” è un susseguirsi di immagini di danzatori in
azione, magari in una libreria, per strada, lungo i binari o in spiaggia. Le sue foto, ambientate in giro per gli USA, inneggiano
all’amore, all’amicizia, al gioco, all’esplorazione; l’importante è esserci, lì,
in quel momento. Essere presenti, vivere appieno ogni istante. Lasciare ardere
il fuoco che si ha dentro, un sentimento, positivo o negativo che sia. Be
alive. Il potere evocativo di un’immagine aiuta a comprendere la felicità che
c’è dietro una passione. Attimi di gioia, di tristezza, di speranza immortalati
in un semplice scatto. Ciò non vale, però, esclusivamente per i ballerini
professionisti del progetto: loro riescono a portare alla luce, con più
facilità, quello che si prova, ma in ognuno di noi c’è un ballerino nascosto, una vena
artistica, basta lasciarla urlare. Il linguaggio del corpo è un mezzo potente,
altamente espressivo e perché non dargli libero sfogo mentre si aspetta la
metro? Cantando e saltando sotto la doccia? Dancers Among Us è il bacio romantico in riva al mare, è la gioia
sfrenata dopo un pomeriggio di shopping, il piacere di un libro quando
purtroppo
Giulia Ballini
Alcuni scatti significativi:
martedì 3 dicembre 2013
Madame Bovary c'est moi! (Madame Bovary sono io! ).

È questa la frase che diede scalpore durante il processo ai danni dello scrittore Gustave Flaubert nel 1857. Il libro in questione è Madame Bovary, primo romanzo di Flaubert, messo sotto inchiesta per oltraggio alla morale. Ciò che gli valse maggior men te l’accusa di oltraggio fu l’uso che fece del discorso in diretto libero, specialmente in certi
passaggi particolarmente “compromettenti”, non risulta va chiaro quale fosse il giudizio morale dell’au tore che, nell’accompagnare le lascive passioni della sua protagonista Emma, sembrava in qual che modo condividerle.
Madame Bovary è un ritratto crudo ed imparziale dei capricci e della vita perennemente insoddisfatta di una giovane donna di campagna, sposata ad un uomo mediocre che sogna invece lo sfarzo e gli sfavilli della Parigi dell'800. Sogna le eroine dei romanzi che divora, le loro avventure i loro amori cavallereschi. L’autore guarda la sua eroina con occhio disincantato e impietoso: i suoi amori impossibili, il suo fatiscente matrimonio. In tutto Protagonista assoluta è lei, Emma, donna idealista, intrisa di letture e di sogni fuori dalla sua portata; capace di perdere ogni contatto con la realtà. Tradisce se stessa e chi le sta accanto, alla ricerca spasmodica di una vita meno mediocre e borghese e, di conseguenza, meno autentica. L’au to di stru zio ne verso cui si tra sci noia e si sten zia le. Durante la lettura, ho frequentato per ore la signora Bovary e un forte sentimento d’antipatia si è annidato in me, al primo sguardo di lei, al primo contatto di pelle. Emma è e sa ge ra ta in tutto quel lo che fa, non co no sce mezze mi su re. Am pli fi ca ogni sen ti men to fino all’im plo sio ne, poi ché, nell’impos si bi li tà di con di vi de re con qual cu no le pro prie an go sce, tutto passa sotto si len zio. Nell’osti nar si a vi ve re in un ro man zo tutto suo, non si ac cor ge di es ser ne l’unico per so nag gio: nes su no può ca pir la. È invece nelle ultime pagine, agli ultimi respiri al capezzale del suo letto che l'ho finalmente compresa e presa a cuore. A posteriori, la sua tragica parabola sintetizza l’impotenza delle donne nel poter indirizzare il proprio destino. Quel lo di Ma da me Bo va ry è un u ni ver so in cui trova posto l’in ti ma sof fe ren za di o gnu no, anche la più co mu ne, la più sem pli ce o la più vi gliac ca in sod di sfa zio ne che ci possa es se re.
na Emma è tutta det ta ta dalla sua
Proprio a partire da Madame Bovary, prima vittima del bovarismo, si è individuato un disturbo clinico che colpisce soprattutto chi non è in grado di distinguere il sogno dalla realtà. Infatti il “bovarysme”, “l’écart entre le reve et la réalité” (“la differenza tra il sogno e la realtà”) è una malattia di un’intera società, la società francese del XIX secolo. Esattamente come Madame Bovary, nella società attuale, troviamo esempi di “bovarysme” di qualsiasi tipo. Una società cresciuta nel sogno e nell’opulenza nello sfrenato consumismo che induce a desiderare sempre qualcosa di più. È una sindrome compulsiva dalla quale l’uomo moderno è gravemente affetto e Madame Bovary l’ha già vissuta nel tentativo di elevarsi socialmente ed economicamente, di raggiungere amori sublimi in una esaltazione quasi isterica. Ma per quanto riguarda Emma non c’è nessuno, neanche l’autore stesso che si senta di condannarla poiché è espressione della fragilità dell’animo umano. Di ognuno di noi.
Madame Bovary dunque, c’est moi!
Elena Guglielmino
sabato 30 novembre 2013
Beat Generation - On The Road
“No, aspetta a guardare il film, prima devi leggere
assolutamente il libro” oppure “Io ho visto solo il film e non mi è piaciuto,
figurati se ho voglia di leggere il libro”. Sicuramente vi sarà capitato più e
più volte di avere conversazioni simili con amici e conoscenti. Vorrei a tal
proposito, da amante sia della carta stampata sia della pellicola, proporvi un
punto di vista che integri queste due forme d’arte.
“Ha cambiato la mia vita così come quella di tutti gli
altri” avrebbe detto Bob Dylan molti anni dopo, riguardo questo romanzo. Sto
parlando di On the road, romanzo
chiave e portavoce di una generazione, la beat
generation.
IL ROMANZO. Jack
Kerouac (1922-1969) scrisse Sulla strada nel 1951 (fu pubblicato nel
1957) digitando ininterrottamente per oltre tre settimane, alimentando il suo
fisico e la sua mente con benzedrina e caffè forte. Nei sei anni che ci sono
voluti per la pubblicazione, la cultura americana è cambiata radicalmente: personalità
come Elvis Presley, James Dean e Marlon Brando sono emerse e diventate le icone
di un'epoca. Il romanzo –autobiografico-
racconta di Sal Paradise e Dean Moriarty (Jack Kerouac e Neal Cassady) e dei
loro viaggi in lungo e in largo attraverso il suolo Americano, in uno stile senza
fiato e impressionista. Per quanto sia autobiografico, il vero fulcro del
romanzo si individua nella figura di Dean. Ex galeotto, appena uscito dal
riformatorio, si incunea prepotentemente “con quel modo di parlare che aveva allora”
nelle menti e nelle vite di tutti i personaggi che incontrerà nel suo eterno
cammino sulla strada. L’incontro con Sal avviene in un momento delicato della
vita di quest’ultimo: Sal è un’aspirante scrittore in cerca di ispirazione ed
ha appena perso il padre, trovandosi faccia a faccia con quella “seria malattia
della quale non vale la pena di parlare, se non perché aveva a che fare con
quella separazione avvilente e penosa e con la sensazione di morte che si era
impadronita di me”, la depressione. Inizia così il loro viaggio. Un viaggio che,
attraverso la delirante e quanto mai dettagliata narrazione di Kerouac, in
alcuni tratti porterà anche il lettore a percepire le atmosfere che emergono
dalle pagine del libro, arrivando ben presto a fargli capire che lo scopo della
loro impresa (metafora della vita per i protagonisti) è andare, andare e ancora
andare, spingendo il proprio corpo e la propria mente al limite, con alcol,
marijuana, benzedrina, sesso e musica, cercando di sfuggire dalla noia della
vita accarezzando la morte. “Eravamo tutti felici, ci rendevamo conto che ci
stavamo lasciando alle spalle confusione e assurdità per compiere l’unica
nobile funzione che avevamo a quel tempo, andare”.
IL FILM. È Walter
Salles che con On the road adatta e
porta sul grande schermo il romanzo di Kerouak nel 2012. A differenza di alcuni
altri casi, il regista rimane molto fedele all’originale regalando, grazie
anche a un cast di tutto rispetto (Sam Riley, Garrett Hedlund, Kristen Stewart,
Kirsten Dunst, Viggo Mortensen per citarne alcuni), un film che coinvolge e
permette a colui che ha letto il libro di sentire in maniera ancora più viva la
sfrenata vita dei protagonisti. Una pecca (probabilmente per ragioni di regia e
di tempistica, e per la straordinaria abilità di Kerouac) sta nel fatto che paradossalmente
l’autore attraverso le parole riesce a far immergere il lettore in paesaggi e atmosfere
che invece sfuggono alla telecamera del regista. Grazie però all’uscita della
versione incensurata del romanzo avvenuta nel 2005, è stato possibile integrare
il film con scene di sesso, sia etero sia gay, rimosse su insistenza degli
editori di allora, rendendo ancora di più l’idea di quanto fosse estremo e allo
stesso tempo normale e quotidiano quel modo di vivere di un’intera generazione.
Allego link del trailer: http://www.youtube.com/watch?v=jV-gwWSoCIk
Allego link del trailer: http://www.youtube.com/watch?v=jV-gwWSoCIk
Claudio Bellucci
martedì 26 novembre 2013
“El Empleo” : il cortometraggio animato, contro lo sfruttamento sociale
El Empleo. Impiego, lavoro. Ma
anche impiego inteso come utilizzo, sfruttamento. E’ il titolo del cortometraggio
argentino vincitore nel 2011 del “Premio del Pubblico” al Festival di Berlino.
Una tematica, quella dello sfruttamento sociale, sempre in primo piano, attuale.
E’ trattata dall’autore Santiago Bou Grasso , senza mezzi termini, in modo
schietto, inequivocabile e immediato. In una dimensione ovattata, una sveglia animata,
gioiosa di scandire secondi, minuti e
ore che si ripetono implacabili ogni giorno, attira subito l’attenzione dello
spettatore. Appare, subito dopo, il protagonista, dallo sguardo vuoto, esanime,
come del resto gli altri personaggi che compaiono. Automi che si apprestano ad
occupare il tempo con azioni e mansioni cicliche; perfino con gioie cicliche:
attimi di felicità che passano inosservati, oscurati dall’appuntamento
successivo dell’orologio sociale. Inizia
una nuova giornata e probabilmente non offrirà niente di diverso da quella
appena trascorsa. Meglio fare luce nella stanza da letto, per spegnere il buio
dei pensieri, quelli di una notte insonne magari. Questa lampada umanizzata che
il protagonista accende dopo essersi svegliato, si rivelerà poi la chiave di
lettura dell’intero lavoro. E cosa succede se a farti da tavolo per la
colazione ci sono i tuoi figli? E se l’appendiabiti diventa tua moglie, che, prima del cambio
d’inquadratura, sbatte le palpebre quasi a ricordare di essere ancora una
persona? Non c’è niente di strano allora se, come taxi, ci si affida alle gambe
di un altro uomo e il verde del semaforo
è l’apertura di un impermeabile.
E forse
nemmeno se il contrappeso dell’ascensore dell’ufficio è un goloso seriale di
dolci. La riflessione vera e propria nasce quando arriva la mansione del protagonista. Lo
zerbino. Il compito è far pulire i piedi
a qualcun altro e per quanto il momento storico sia complicato, per quanto di
un lavoro non ci sia nemmeno l’ombra (o forse solo quella) e per quanto ci si
senta assuefatti da contratti ai limiti della decenza e da lavori occasionali, non
si può accettare passivamente tutto. Soprattutto se si deve addirittura
ringraziare, di avere l’opportunità di intraprendere la carriera di zerbino non
retribuita. Soprattutto se lo zerbino, mentre fa lo zerbino sdraiato
sapientemente a terra, ha il tempo di pensare alle giornate passate su degli oggetti misteriosi chiamati
libri, sulle sue aspettative, sulla fiducia riposta in un sogno. Se non si
presta attenzione, si diventa zerbini per la
vita, non solo per entrare nelle grazie di un superiore. Lo zerbino, se
non si alza da terra, non sarà sollevato da nessuno. Se non si guarda intorno e non capisce che se
per lui qualcuno è zerbino, lui lo è a sua volta per qualcun altro, non ci sarà
evoluzione. Un cortometraggio che chiama
in causa tutti, lasciando una sensazione di disarmante familiarità. E’ la
catena sociale? Il più forte che mangia il più debole? E’ veramente così come
prospettato da Grasso nel cortometraggio? Si è veramente “impiegati”(e non a tempo
indeterminato!) per gli scopi altrui senza rispetto e considerazione? E’ una
realtà arrivista di zerbini solitari ed egoisti che pensano, nonostante lo
sfruttamento, solo a se stessi? O di chi, spesso, con tutta la buona volontà non ha
l’opportunità di realizzarsi? El Empleo:
sfruttati o sfruttatori? E’ questo il bivio? Di certo una società “macchina”,
fatta di ingranaggi, che però sono persone che lavorano e producono senza
fermarsi mai, non è quello che rende un Paese civile. Un Paese civile deve
essere una macchina democratica, fonte di stimoli, passioni e aspettative per l’impegno dato e
non di alienazione, sconforto e sfruttamento. Fonte di meritocrazia, altruismo
e rispetto verso il prossimo. Principi base, per un vivere civile che non può
assolutamente permettersi un livellamento della personalità e della conoscenza.
D’accordo o no e nonostante
l’estremizzazione voluta, la chiave di lettura del corto, dopo i titoli di
coda, è un messaggio di rincuorante ribellione, ma anche di speranza. La
lampada umana che si stanca di essere lampada, decide di togliersi il cappello,
di gettare a terra il paraocchi e continuare, dopo il gesto di stizza, per il
suo cammino.
Giulia Ballini
















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