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Frida Kahlo e la mostra alle Scuderie del Quirinale
La mostra in esposizione alle Scuderie del Quirinale fino a luglio, indaga l'artista messicana nel suo rapporto con i movimenti artistici dell'epoca, dal Modernismo messicano al Surrealismo internazionale, analizzandone le influenze sulle sue opere. Alle Scuderie si presenta l'intera carriera artistica di Frida Kahlo riunendo Oltre 40 straordinari capolavori.
Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón diceva di essere nata nel 1910, anno di inizio della Rivoluzione messicana, mentre in realtà era nata il 6 luglio 1907 a Coyoacán. Le sue opere, soprattutto i suoi ritratti sono molto spesso carichi degli aspetti drammatici della sua vita, il maggiore dei quali è il grave incidente di cui rimane vittima nel 1925 mentre viaggia su un autobus e a causa del quale riporta la frattura del bacino. Questo evento cambiò drasticamente la sua vita e la rinchiuse in una profonda solitudine che ebbe solo l'arte come unica finestra nel mondo. A seguito dell'incidente Frida viene costretta a mesi di riposo nel suo letto di casa con il busto ingessato. Il suo primo soggetto è il suo piede che riesce ad intravedere tra le lenzuola. Sono anni di profonda sofferenza fisica e turbe interiori (subirà più di 32 interventi), in cui inizia però sia la sua formazione artistica che come attivista del partito comunista. Nei periodi successivi alla sua degenza, Frida incontra e si innamora dell'uomo che diventerà la sua "guida" professionale e di vita Diego Rivera (anche lui noto pittore). Quando Frida incontra Diego, lui è un uomo pesante, gigantesco, Frida lo prende in giro chiamandolo “elefante”: è già stato sposato due volte e ha quattro figli. Il 21 agosto del 1929 si uniscono in matrimonio. Lei ha 22 anni, lui quasi 43. La loro tempestosa relazione è fatta di infedeltà, screzi dovuti alle reciproche carriere, litigi continui, tanto che la stessa Frida dichiarerà nella sua vita di aver avuto due incidenti, uno causato da un tram e l'altro da Diego: "L'incidente con il tram mi ha lasciato paralizzata fisicamente mentre quello con Rivera mi ha paralizzato emotivamente”. Eppure, nonostante tutto, Diego Rivera rimase per Frida il grande amore della sua vita. Con lui condivise la passione per l’arte, l’orientamento politico e un affetto reciproco capace di persistere anche nei momenti più critici della loro relazione. Al centro delle opere dell'artista messicana però oltre all'amore (ben rappresentato dalle varie opere che la ritraggono con il marito, es " Diego e me ") si indaga il rapporto ossessivo con il suo corpo martoriato e il trauma interiore che due aborti e la mancata maternità (a causa delle sue precarie condizione fisiche a seguito dell'incidente) le hanno procurato. A partire dal 1938 l'attività pittorica s'intensifica: i suoi dipinti non si limitano più alla semplice descrizione degli incidenti della sua vita, parlano del suo stato interiore e del suo modo di percepire la relazione con il mondo.
Frida durante tutta la sua carriera artistica si è avvicinata a molte correnti, più rilevanti fra tutte senz'altro l'arte pittorica folkloristica messicana e il surrealismo di Andrè Breton. Quello che può essere considerato il suo lavoro più surrealista è il quadro "Ciò che l’acqua mi ha dato": immagini di paura, sessualità, memoria e dolore galleggiano nell'acqua di una vasca da bagno, dalla quale affiorano le gambe dell’artista. Nel 1944 dovette indossare un busto d’acciaio e questo episodio la portò a dipingere un altro dei suoi quadri più noti, «La colonna spezzata». Nel 1953 il Messico – il suo Paese - le dedicò una mostra personale, Frida stava così male che vi si recò in ambulanza e accolse gli ospiti sdraiata nel proprio letto a baldacchino (che per l’occasione era stato portato nella galleria espositiva). Fu un successo enorme.
Frida morì poco dopo a Coyoacán il 13 luglio 1954, nella stessa casa – la casa azzurra – che le aveva dato i natali e che oggi è divenuta il Museo Frida Kahlo Certo.
Grande donna e pittrice, usò la pittura per raccontare sé stessa, e nel farlo raccontò anche la disabilità. Mostrò il suo corpo sanguinante, ferito, ingabbiato negli apparecchi ortopedici, in frantumi, in lacrime, sorretto dalla sedia a rotelle o con le stampelle. Ma in tutte queste rappresentazioni Frida non abbassò mai lo sguardo, non smise mai di fissare lo spettatore. Il suo volto è sempre rivolto verso di noi, fiero anche quando si ritrae nei momenti più carichi di tragicità. C’è uno sguardo che non cede, che non consente di ridurre la persona al suo dolore, neanche quando è proprio il dolore il messaggio più esplicito dell’opera.
Frida per l’intera vita porterà con se un dolore continuo e lacerante ma nonostante le trentadue operazioni, inneggerà sempre alla vita, con quella allegria che ha sempre ostentato in pubblico.
Elena Guglielmino
mercoledì 7 maggio 2014
Stage of mind
Il viaggio della mente, prende forma.
Creare, dare forma e costruire.
L’artista coreana Jee Young Lee riesce pienamente nell’intento: mettere a nudo
la sua personalità, distruggere le barriere psicologiche e costruire, nel vero
senso del termine, ambienti psichedelici
e a tratti surreali. Fotografie
quelle della trentenne, naturali, al riparo dalla manipolazione digitale,
frutto esclusivamente delle sue mani. Stage
of mind è la serie delle sue creazioni in mostra a New York nel prossimo mese di luglio dal 21 al 27, serie a cui l’artista lavora dal 2007. E’ il
prodotto di fiabe coreane, ricordi d'infanzia e storie occidentali (fra cui
anche alcune opere di Shakespeare). In un piccolissimo studio trasformato in un
mondo onirico, il tempo di creazione
delle sue “atmosfere” può variare da qualche giorno a mesi interi. Ultimato il
lavoro, la coreana si lascia fotografare nelle sue creazioni, sempre in una
posizione centrale, privilegiata, senza
mai guardare l’obiettivo. Ed è oltre l’obiettivo che c’è un mondo spesso
inesplorato, che viene fuori pian piano, parallelamente agli ambienti che
prendono forma. Un viaggio interiore, volto a scoprire le origini di un Io influenzato da tutto ciò che lo circonda e gli angoli remoti
della mente. La serie Stage Of Mind
è un fantasioso microcosmo in cui
l’artista proietta se stessa all’interno di stati emozionali, che
finiscono per diventare i protagonisti
di ogni scatto. Ogni scena è fatta di particolari realizzati a mano in uno
spazio poliedrico, proiettore di moti
interiori. Un lavoro, in sostanza, che raccoglie preoccupazioni, errori,
sorprese, sogni e processi di maturazione. Narrare e drammatizzare la propria
storia personale. Il soggetto del lavoro è la riflessione sul singolo in
relazione alla società in cui vive e come individuo che influenza e a sua volta è influenzato dall'ambiente
circostante. Ricerca di completezza, scenari concreti. Fiori, tubature, lego,
una corda per la salvezza. Atmosfere idilliache, ostacoli da saltare, salotti
psichedelici, animali che entrano in casa. In un mondo in cui tutto si può imitare e
riprodurre senza troppa fatica, questa giovane sudcoreana non usa trucchi e
accorgimenti tecnologici, ma la sua manualità. Jee Young Lee assume il ruolo di
set designer, scultrice, performer,
artista di installazioni e fotografa,
rendendo ogni particolare, magico.Giulia Ballini

domenica 4 maggio 2014
Curitiba, tra sostenibilità e partecipazione.
Curitiba è una città situata nel sud del Brasile che ha subito, dagli anni Cinquanta a oggi, una notevole crescita demografica e tutti i problemi di degrado umano e ambientale che ne derivano: la disoccupazione, lo sfruttamento, le malattie, la corruzione, la criminalità, la congestione del traffico, l’inquinamento. Il sindaco in carica, nel 1964, decise allora di istituire un concorso d’idee aperto ad architetti e ingegneri al fine di creare un nuovo piano per la città, un modello urbano in grado di valorizzare al massimo le risorse umane e quelle del territorio. Venne fuori molto di più. Nel 1971 Jaime Lerner, esperto di architettura e urbanistica, divenne sindaco della città, e insieme con altri esperti, creò l’Instituto de Pesquia e Planejamiento Urbano de Curitiba (IPPUC), ovvero l’ente di pianificazione e ricerca urbana. I punti del programma erano semplici e chiari: buon senso e creatività, partecipazione dei cittadini, soluzioni poco costose, semplici ed ingegnose, democrazia e buona amministrazione.
Il primo intervento ha riguardato l’assetto urbanistico e la mobilità. Invece di sventrare il centro storico, Lerner decise di ristrutturare le strade esistenti, limitando al massimo l’abbattimento degli edifici, creando un sistema di cinque assi principali: ampie strade a senso unico che convogliano il traffico e quella di mezzo riservata agli autobus, trasformati in una metropolitana di superficie. Il risultato è una copertura capillare del territorio con il 79% della popolazione coinvolta, quindi una notevole diminuzione delle auto private, minor traffico, maggiore vivibilità urbana. Il secondo intervento ha riguardato l’acqua, il territorio e l’ambiente: una sorta di “agopuntura urbana” con micro interventi realizzati in nodi nevralgici della città, in grado di propagare gli effetti positivi negli altri punti difficili, la realizzazione di piccoli ecosistemi verdi su vecchi terreni lacustri, destinati a parchi, aree boschive e spazi pubblici. Iniziative particolari come quelle destinate agli abitanti delle baraccopoli, cui sono distribuiti piccoli appezzamenti di terreno dove costruire case e realizzare orti per l’autoproduzione. Il progetto “Green Exchange” , che prevede un furgoncino comunale che consegna ticket per l’autobus o per il teatro, in cambio di rifiuti. Ogni famiglia ottiene in cambio di 4 Kg di rifiuti differenziati, 1 Kg di frutta e verdura, acquistata dal comune ai contadini locali, in modo da sostenere le aziende agricole del territorio. Il programma è rivolto anche ai bambini, che in cambio di materiale di riciclo ottengono giocattoli, dolci o attrezzatura per la scuola. Il risultato è la raccolta differenziata del 70% di spazzatura prodotta, il cui ricavato è reinvestito nella città, attraverso programmi di utilità sociale o riciclaggio, come gli autobus dismessi dal trasporto pubblico che vengono riutilizzati nelle favelas come centri culturali, sale lettura o aule. Il terzo intervento, infine, rivolto alla salute e all’istruzione. Furono creati i “fari del sapere”, cioè costruzioni a forma di faro, contenenti biblioteche di 7000 volumi, torri luminose e colorate ad altissimo impatto visivo e simbolico. E ancora 200 centri di accoglienza, che offrono assistenza e pasti gratuiti alle famiglie a basso reddito.
Gli abitanti di Curitiba godono di un sistema di governo caratterizzato da trasparenza e responsabilità. Un governo che, grazie alla collaborazione reale e al sostegno dei cittadini, si sforza di ricercare soluzioni semplici, economiche, rapide e divertenti. Uno, forse l’unico, dei progetti di trasformazione e rinascita della città riusciti al giorno d’oggi. Dopo circa trenta anni di buona amministrazione, la qualità della vita di Curitiba è una delle più alte al mondo, l’efficienza dei trasporti, la disponibilità dei servizi pubblici, l’abbondanza di verde, la diffusione dell’istruzione, la gestione dei rifiuti e il coinvolgimento della popolazione la rendono un vero modello di città sostenibile, forse poco conosciuto al di fuori dei confini brasiliani.
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Il Solar Decathlon China, spunti sostenibili dall’oriente
Il primo intervento ha riguardato l’assetto urbanistico e la mobilità. Invece di sventrare il centro storico, Lerner decise di ristrutturare le strade esistenti, limitando al massimo l’abbattimento degli edifici, creando un sistema di cinque assi principali: ampie strade a senso unico che convogliano il traffico e quella di mezzo riservata agli autobus, trasformati in una metropolitana di superficie. Il risultato è una copertura capillare del territorio con il 79% della popolazione coinvolta, quindi una notevole diminuzione delle auto private, minor traffico, maggiore vivibilità urbana. Il secondo intervento ha riguardato l’acqua, il territorio e l’ambiente: una sorta di “agopuntura urbana” con micro interventi realizzati in nodi nevralgici della città, in grado di propagare gli effetti positivi negli altri punti difficili, la realizzazione di piccoli ecosistemi verdi su vecchi terreni lacustri, destinati a parchi, aree boschive e spazi pubblici. Iniziative particolari come quelle destinate agli abitanti delle baraccopoli, cui sono distribuiti piccoli appezzamenti di terreno dove costruire case e realizzare orti per l’autoproduzione. Il progetto “Green Exchange” , che prevede un furgoncino comunale che consegna ticket per l’autobus o per il teatro, in cambio di rifiuti. Ogni famiglia ottiene in cambio di 4 Kg di rifiuti differenziati, 1 Kg di frutta e verdura, acquistata dal comune ai contadini locali, in modo da sostenere le aziende agricole del territorio. Il programma è rivolto anche ai bambini, che in cambio di materiale di riciclo ottengono giocattoli, dolci o attrezzatura per la scuola. Il risultato è la raccolta differenziata del 70% di spazzatura prodotta, il cui ricavato è reinvestito nella città, attraverso programmi di utilità sociale o riciclaggio, come gli autobus dismessi dal trasporto pubblico che vengono riutilizzati nelle favelas come centri culturali, sale lettura o aule. Il terzo intervento, infine, rivolto alla salute e all’istruzione. Furono creati i “fari del sapere”, cioè costruzioni a forma di faro, contenenti biblioteche di 7000 volumi, torri luminose e colorate ad altissimo impatto visivo e simbolico. E ancora 200 centri di accoglienza, che offrono assistenza e pasti gratuiti alle famiglie a basso reddito.
Gli abitanti di Curitiba godono di un sistema di governo caratterizzato da trasparenza e responsabilità. Un governo che, grazie alla collaborazione reale e al sostegno dei cittadini, si sforza di ricercare soluzioni semplici, economiche, rapide e divertenti. Uno, forse l’unico, dei progetti di trasformazione e rinascita della città riusciti al giorno d’oggi. Dopo circa trenta anni di buona amministrazione, la qualità della vita di Curitiba è una delle più alte al mondo, l’efficienza dei trasporti, la disponibilità dei servizi pubblici, l’abbondanza di verde, la diffusione dell’istruzione, la gestione dei rifiuti e il coinvolgimento della popolazione la rendono un vero modello di città sostenibile, forse poco conosciuto al di fuori dei confini brasiliani.
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Federica Salvatore
martedì 29 aprile 2014
Una scuola di terra e bambù
Il progetto Meti School nasce da un giovane architetto tedesco, Anna Heringer, la quale dopo un servizio volontario di otto mesi in Bangladesh, si innamora del posto e delle sue poverissime case di fango. Spinta dalla sua grande passione per l’architettura ecosostenibile, decide di studiare le tecniche di costruzione in terra, mettendo insieme borse di studio e volontariato. Insieme alle idee e al contributo delle famiglie di Rudrapur, cittadina rurale nel nord del Bangladesh, ha realizzato questo edificio per i bambini, uno spazio tutto loro dove poter meditare, studiare ma anche divertirsi.
Il progetto ha visto la collaborazione di tecnici e architetti, arrivati dall’Austria e dalla Germania, ed è divenuto subito un’attrazione regionale di intere famiglie che arrivano per ammirarla, a piedi o in risciò, da chilometri di distanza. E’ un grande esempio di rivisitazione di materiali bio e tecniche di costruzione e rappresenta una risposta semplice ad esigenze enormi. La Meti School riempie d’orgoglio i suoi 164 allievi, che l’hanno costruita con le proprie mani, insieme agli insegnanti e ai genitori. L’architetto Anna Heringer li descrive così: <<Per sei mesi, invece di fare sport o pittura, si sono dati da fare nel cantiere come in un laboratorio. E la loro emozione era la nostra. Non riesco ancora a credere che ogni centimetro cubo di questi muri sia stato trasportato sulle nostre teste e modellato dalle nostre mani.>>
La scuola è realizzata interamente in terra, paglia e bambù che formano una struttura resistente alle forti piogge del Bangladesh. Gli unici “mezzi” di cantiere ad essere impiegati sono stati i bufali, utilizzati per impastare l’argilla, una vanga e tanta manodopera. L’edifico si articola su due livelli, al piano terra si trovano tutte le aule e delle mini-grotte per il rifugio e il riposo, ricavate tra una parete e l’altra. Al primo piano invece troviamo spazi per le attività di gruppo, come la danza e il teatro e una torre nascosta tra gli alberi, dove i bambini possono arrampicarsi e godere dell’infinito panorama di risaie. L’idea base del progetto è quella di utilizzare materiali locali per sostenere l’economia e dare una formazione agli artigiani del posto, i quali hanno lavorato ben sei mesi a fianco degli esperti europei per imparare nuove tecniche di costruzione. Il materiale utilizzato, la terra, è economico ed ecologico, oltre ad essere un ottimo regolatore di umidità. Perfetta quindi per i climi umidi, calda d’inverno e fresca d’estate, è un elemento essenziale che in più non perde la sua bellezza con il tempo.
Il progetto ha visto la collaborazione di tecnici e architetti, arrivati dall’Austria e dalla Germania, ed è divenuto subito un’attrazione regionale di intere famiglie che arrivano per ammirarla, a piedi o in risciò, da chilometri di distanza. E’ un grande esempio di rivisitazione di materiali bio e tecniche di costruzione e rappresenta una risposta semplice ad esigenze enormi. La Meti School riempie d’orgoglio i suoi 164 allievi, che l’hanno costruita con le proprie mani, insieme agli insegnanti e ai genitori. L’architetto Anna Heringer li descrive così: <<Per sei mesi, invece di fare sport o pittura, si sono dati da fare nel cantiere come in un laboratorio. E la loro emozione era la nostra. Non riesco ancora a credere che ogni centimetro cubo di questi muri sia stato trasportato sulle nostre teste e modellato dalle nostre mani.>>
Federica Salvatore
domenica 13 aprile 2014
Château La Coste, una passeggiata tra vino ed architettura
Nel cuore della Provenza, a metà strada tra Marsiglia e Aix-en Provence, troviamo questo meraviglioso “villaggio” di arte, vino e architettura. L’idea viene ad un facoltoso immobiliarista, proprietario di lussuosi alberghi a Londra e a Dublino, il quale decide di comprare a Le Puy-Ste-Réparade, in Provenza, circa 200 ettari di campagna, di cui 130 coltivati a vigna, e di trasformarli in un immenso museo a cielo aperto. Nasce così Château La Coste: una cantina vinicola e un suggestivo percorso tra architetture e sculture immerse nella natura. Famosi artisti ed architetti vengono invitati a visitare la proprietà e a scoprire la bellezza del paesaggio, in seguito essi dovranno scegliere il contesto più adeguato per l’opera e dare sfogo alla propria creatività. Appena entrati troviamo la meravigliosa opera di cemento e vetro dell’architetto giapponese Tadao Ando, affiancata da un grande specchio d’acqua nel quale troviamo le prime sculture: il grande ragno, opera di Luise Bourgeois, e sul versante opposto le sculture di Calder e Hiroshi Sugimoto che creano suggestivi riflessi nell’acqua. Tra i vigneti, nella parte più bassa della tenuta, troviamo invece l’opera di Jean Nouvel, al quale è stata affidato il progetto della cantina vinicola. Il risultato è un semicilindro diviso in due sezioni, direttamente poggiato sul terreno, lucido ed interamente metallico, che accoglie macchine per la spremitura delle uve e impianti per l’imbottigliamento.
Château La Coste è un viaggio tra le vaste distese di vigneti, degustando del buon vino, incuriositi da insoliti oggetti che spuntano improvvisamente dal terreno durante il cammino, godendo del silenzioso e piacevole paesaggio. Scoprire l’architettura, immedesimarsi negli artisti e nelle loro suggestioni.
La passeggiata che ci accompagna tra le colline di Château La Coste comincia con una imponente muratura di pietre composite, opera dell’artista Sean Cully, passando tra le lame in acciaio infisse nel terreno di Richard Serra e le inquietanti installazioni di Tunga, costituite da archi spezzati a cui sono sospesi dei corpi di notevole peso e dimensione, fino ad arrivare all’opera di Andy Goldworthy, che ha inserito in una grotta leggermente illuminata, un nido formato dall’intreccio di tronchi, trasformandola in una cupola ipogea dalla quale è possibile vedere in lontananza il paesaggio circostante. Si giunge così al punto più alto del percorso, dove abbiamo un altro intervento di Tadao Ando, una piccola cappella in pietra circondata da un involucro vetrato. Proseguendo poi tra le varie sculture, tra le quali quella di Guggi e la forma perfetta, lucida e mono-materica di Tom Shannon, si arriva all’altro padiglione, sempre di Tadao Ando, un cubo in legno a cui si accede tramite un percorso protetto, in cui regna la semioscurità e nel quale sono posizionati quattro cubi traslucidi che denunciano il degrado ambientale al giorno d’oggi. Alla fine del nostro percorso, su una vasta distesa erbosa, troviamo il Music Pavillon di Frank Gehry , un auditorium all’aperto, creato nel 2008 per la Serpentine Gallery di Londra e traferito poi a in Provenza , che con la sua struttura in acciaio, vetro, legno e pietra e i suoi toni ben diversi da quelli iniziali, rappresenta l’ultimo scenario di questo suggestivo “villaggio”.
Château La Coste è un viaggio tra le vaste distese di vigneti, degustando del buon vino, incuriositi da insoliti oggetti che spuntano improvvisamente dal terreno durante il cammino, godendo del silenzioso e piacevole paesaggio. Scoprire l’architettura, immedesimarsi negli artisti e nelle loro suggestioni.
Federica Salvatore
domenica 23 marzo 2014
Il Solar Decathlon China, spunti sostenibili dall’oriente
Si è svolta la prima edizione del Solar Decathlon China. Il Solar Decathlon è un concorso internazionale che nasce per la prima volta in America nel 2002 e consiste in una competizione tra studenti di università provenienti da tutto il mondo che hanno l’obiettivo di ideare, progettare e realizzare un modello abitativo sostenibile, che sia autosufficiente a livello energetico, grazie all’utilizzo dell’energia solare e che sia dotato di tecnologie innovative. Il nome è basato sul metodo di valutazione dei prototipi, basato appunto su 10 criteri (architettura, ingegneria e costruzione, sistema solare, bilancio energia elettrica, condizioni di comfort, applicazioni, comunicazione e sensibilizzazione sociale, industrializzazione e interesse del mercato, innovazione, sostenibilità), ciascuno calcolato in base a specifici requisiti. Visto il crescente interesse negli anni da parte delle università nei confronti della manifestazione, viene istituito anche in Europa nel 2010, dove si svolge ad anni alterni rispetto all’edizione americana, e per la prima volta in Cina nel 2013.
Alla prima edizione asiatica del Solar Decathlon hanno partecipato circa 22 squadre provenienti da 35 paesi differenti di tutto il mondo. Il primo premio è andato al Team UOW, dell’Università Wollongong dall’Australia con la loro "Illawarra Flame fibro house" che ha conquistato 957.6/1000 punti, un primo posto per l’architettura, l’ingegneria, il sistema solare e un secondo posto per la comunicazione e l’interesse del mercato. Il modulo ad “energia zero” realizzato dagli studenti australiani, considerato il più efficiente ed innovativo della competizione, ha reinterpretato una tipica casa “fibro” indigena australiana degli anni Sessanta ad alto consumo, trasformandola in un modello super efficiente, sfruttando quindi il principio di retrofitting ed evitando così l’impatto ambientale che sarebbe scaturito dalla costruzione di una nuova casa. Il team australiano è partito reinterpretando le pareti massicce in fibrocemento della vecchia casa, aumentando l’ermeticità, allargando le finestre, introducendo giardini verticali, pannelli fotovoltaici sul tetto e introducendo un sistema di riscaldamento dell’aria e del ricircolo delle acque grigie. La filosofia di base del progetto è quella di educare la comunità e l’industria australiana alle molteplici e vantaggiose possibilità offerte dal retrofitting sostenibile. Il modello è volto a mostrare sia le prestazioni tecniche, sia la bellezza architettonica che possono emergere dalla riconfigurazione di una casa esistente.
Il secondo premio è andato invece al prototipo “E-Concave”, presentato dalla South China University of Technology, realizzato con materiali locali a basso costo come il bambù e la canna da zucchero. Il terzo premio è stato assegnato invece alla Chalmers University of Technology di Gothenburg con il progetto “Halo”, un guscio in legno in grado di adattarsi alle diverse temperature. Prendendo qualche spunto dal team australiano, aspettiamo la prossima edizione del Solar Decathlon che si terrà a Versailles nel 2014 e alla quale parteciperà anche l’Università di Roma Tre con il progetto sostenibile Rhome for Dencity.
Federica Salvatore
Vedi anche:
martedì 7 gennaio 2014
Aurland Lookout: ad un passo dal vuoto
Uno dei temi che affrontiamo sempre quando ci troviamo davanti ad un nuovo progetto è sicuramente il luogo. Partiamo da lì: caratteristiche, tradizioni, risorse, materie prime, clima, visuali. Facciamo un sopralluogo e diamo sfogo alle sensazioni che quel posto suscita in noi. Il luogo di questo progetto è uno dei più grandi fiordi sulla costa occidentale della Norvegia, al di sopra della cittadina di Aurland, che gli architetti Todd Saunders e Tommie Wilhelmsen, hanno descritto come un posto bellissimo, in cui poter rilassare la mente, dove l’atmosfera è rara e le viste sono incredibili.
E il concept di questo progetto parte proprio dal luogo: mettere al primo posto la natura e al secondo l’architettura; cercare di essere meno invasivi possibile in un paesaggio così bello; tentare non di migliorarlo, poiché già spettacolare di per sé, ma di non rovinarlo inserendo troppi elementi. E allora è partendo da queste considerazioni che nasce questo progetto minimalista: un ponte panoramico immerso negli alberi, costruito con una struttura in acciaio e rivestito con legno locale trattato termicamente, che nasce sulla vecchia strada Laerdal nel vuoto, per poi girare su se stesso e precipitare sul fianco della montagna. La struttura, larga 4 metri e lunga 30, ha un altezza di 9 metri sulla montagna in forte pendenza e una volta saliti sopra si ha la sensazione di cadere nel vuoto, fino ad arrivare alla “chiara” barriera di vetro con la quale termina la passerella, progettata così per ricreare “la sensazione di stomaco sottosopra di un bambino sull’altalena”. Per mantenere il paesaggio il più inalterato possibile, gli architetti hanno pensato ad un’area parcheggio, per circa 2 autobus e 10 macchine, che hanno collocato sulla strada e che ha permesso al progetto di conservare il senso di isolamento e di splendore.
L’Aurland Lookout, vincitore del concorso di progettazione indetto dall’Highway Department della Norvegia, ha trionfato per la sua semplicità, per il design utilizzato e per la sua diversità. E’ stato pensato per permettere ai visitatori di “uscire” dalla montagna, di affacciarsi sul fiordo, guardandolo con un nuovo punto di vista e godere dell’orizzonte e del magnifico paesaggio circostante in cui ci si ritrova immersi.
Le immagini dicono già tutto, non c’è bisogno di aggiungere altro. Visitando i fiordi, secondo me vale la pena farci un salto. Ovviamente solo per i più temerari!
Oltre il sapone, tanta cultura a Marsiglia
Marsiglia è una città particolare, fusione di popoli di molteplici origini, che ha saputo creare dalla diversità un’identità unica. Oggi è la città dell’arte, della rinascita culturale e sociale. Quest’anno è stata proclamata, insieme alla città slovacca Kosice, Capitale Europea della Cultura. All’inizio del 2013 è un cantiere aperto, sotto vari punti di vista: aperto al mare, alla società, alla cultura, al futuro. Dopo grandi trasformazioni subite già negli anni precedenti, sono stati avviati circa 60 cantieri tra recuperi, riconversioni e nuove costruzioni. Il progetto principale, finalizzato al rilancio turistico e culturale, è l’Euro-Méditerranée, un piano che prevede il rinnovamento urbano di Marsiglia, a partire dalle aree portuali dismesse e volto alla promozione dell’area metropolitana. Architetti, ingegneri e artisti sono accorsi da ogni parte del mondo per dare il proprio contributo e si sono concentrati in particolare nella zona che va da Vieux Port, riqualificato grazie a un intervento dello studio di architetti di Norman Foster, che ha reso l’intera area pedonale, a Le Panier, il quartiere più antico e caratteristico di Marsiglia, con i suoi vicoli multicolore.
Scendendo verso il Fort-Saint-Jean troviamo uno degli edifici più notevoli, il MuCEM, Museo della Civiltà d’Europa e del Mediterraneo, ideato dall’architetto franco-algerino di origine italiane Rudy Ricciotti, che si ricollega ad esso tramite una passerella. Un edificio di “pietra, acqua e vento” che ospita spazi museali e dal quale è possibile ammirare da una parte Notre-Dame-de-la-Garde, sull’alto della collina, e dall’altra la Cathédrale Sainte-Marie-Majeure in stile neobizantino.
Accanto al MuCEM, uno degli edifici più rivoluzionari è la Villa Méditerranée firmata dall’architetto italiano Stefano Boeri, che sviluppa i suoi spazi sopra e sotto il mare ed è caratterizzato da uno sbalzo di 36 metri sospeso a 14 metri di altezza dal livello del mare. Un intervento significativo è stato realizzato per il J1, un hangar situato sulle banchine del porto di Marsiglia, che è stato completamente riqualificato.
Aperto per la prima volta al pubblico, con mostre ed eventi (tra cui la mostra su Le Corbusier) diventa un luogo d’incontro nell’attività portuale. Altri progetti realizzati sono il Frac, Fonds Régional d’Art Contemporain, museo realizzato dall’Architetto Kengo Kuma, il quale ha dovuto inserire l’edificio nel quartiere di Joliette, dall’assetto urbano complesso; quattro edifici, tra i quali il grattacielo di Jean Nouvel nel quartiere di Quais d’Arenc; il museo della fotografia di Frank O. Gehry; l’Euromed ideato da Massimiliano Fuksas.
Marsiglia rappresenta in sintesi uno dei più grandi progetti di riqualificazione urbanistica europea. In questa città così complessa, dalle mille contraddizioni, ci sono tutti i presupposti per la creazione di una nuova identità. E una buona architettura contribuisce in maniera significativa al raggiungimento di questo obiettivo.
Federica Salvatore
Architettura: una possibilità di rinascita
“Città spazzate via dallo tsunami del marzo 2011, gente che ha perso la famiglia, gli amici, la casa. Cosa può fare l’architettura per loro?” Con queste parole l’architetto giapponese Toyo Ito presenta alla 13esima Biennale di Architettura di Venezia, Home-for-all un progetto umanitario che ha come scopo la ricerca di architetture per vivere e socializzare in territori all’apparenza inabitabili.
Il padiglione giapponese mostra un viaggio all’interno della cittadina di Rikuzentakata, scomparsa in seguito allo tsunami del 2011, e ripercorre il percorso di Home-for-all con il quale Toyo Ito, in collaborazione con i giovani architetti Kumiko Inui, Akihisa Irata, Sou Fujimoto, dimostra come sia ancora possibile abitare nei territori colpiti da disastri naturali, utilizzando le risorse disponibili e cercando di sfruttare al meglio le opportunità. L’idea è quella di abitazioni-palafitte realizzate sfruttando l’enorme quantità di tronchi d’albero disseminati dallo tsunami. A rendere particolarmente suggestiva l’installazione sono gli scatti del fotografo Naoya Hatakeyama che, posizionati lungo il perimetro del padiglione, mostrano le aree colpite prima e dopo la catastrofe. Un paesaggio fantasma, privo di edifici, alberi, persone. Gli architetti hanno instaurato un dialogo con le vittime dello tsunami, cercando con loro di ricostruire la città e aiutandole a migliorare la vita nella comunità. Il primo edificio di Home-for-all è stato realizzato a Sendai: si tratta di una piccola struttura di travi in legno tradizionale, un progetto semplice che però rappresenta una possibilità di incontro,riposo e dialogo per i cittadini. Home-for-all è un progetto che colpisce la giuria internazionale della Biennale di Architettura, al punto da guadagnarsi il Leone d’oro per la miglior partecipazione Nazionale. Un progetto che vede la collaborazione dei cittadini, che permette loro di ricominciare pur restando legati alla terra d’origine, alla storia, al passato. Un progetto che fa riflettere sul valore e sullo scopo dell’architettura, che risponde alla domanda “ Perché realizzare un’architettura? E per chi?”. Un progetto che, per una volta, mette da parte l’egoismo e in primo piano le esigenze del popolo.
Federica Salvatore
sabato 7 dicembre 2013
PROGETTARE: Come "guardiamo" la realtà
Chiedersi come la
realtà venga percepita e avvertita è il primo passo per una progettazione consapevole e non fine a
se stessa. In effetti si pensa, con troppa facilità, che ciò che vediamo
(quindi ciò che esiste) sia un fatto oggettivo, altro da noi. E' invece il
cervello, che attraverso i sensi, interpreta ciò che lo circonda.
Provate ad
avvicinare il viso al monitor, chiudere l'occhio destro e fissare col sinistro
la B. Adesso se vi allontanate progressivamente dallo schermo vedrete che ad un certo
punto la A scompare, eppure esiste ed era visibile. (fig.1)
Questo è solamente un giochino che dimostra l'esistenza di
un punto cieco nel nostro occhio, in
cui passa il fascio ottico attraverso la retina; ma il fatto che il nostro
cervello elabori a suo piacimento cosa deve succedere in quel punto, è
l'emblema di quanto sia complesso l'argomento "vedere",
"percepire".
Il cervello umano è pigro, abitudinario. Molte volte vuole
vedere ciò che gli fa più comodo. Questo è dato naturalmente dalla sua
evoluzione. Nell' illusione di Kanizsa
(fig. 2) è più facile vedere un triangolo bianco sopra tre cerchietti neri
anche se non vi è disegnato alcun triangolo, ma solo tre spicchi. Secondo la
psicologia di Gestalt il cervello umano vede le cose come insieme e non come
singole parti, ciò spiega come la realtà a volte è vista come una cosa che
formalmente ha più senso!
"Può una cosa
essere più piccola ma più grande?!" era lo slogan della Apple per
l'I-Phone 5 in confronto al suo predecessore 4S. Tralasciando le trovate commerciali l'argomento è interessante. Partendo dal presupposto che ogni cosa
non esiste da sola, ma è sempre in relazione con altre, la mente elabora questi
dati ed a volte è ingannata; l' illusione
di Titchener (fig. 3) lo dimostra. I cerchi al centro delle due figure sono
identici, ma contornati da realtà differenti uno risulta più piccolo
dell'altro.
La mente ha impiegato secoli a concepire il concetto di spazio nell'arte figurativa, eppure il
comprendere se una "cosa" è vicina o lontana è innato, serve per
sopravvivere. Ora è facile leggere lo spazio nell' esperimento di Hudson (fig. 4), ma lo stesso disegno presentato a
alcune tribù africane o a dei bambini ha un significato diverso; questo perché
in molte culture "più grande"
significa "più importante"
e non "più vicino.
Contrariamente a quanto detto quando a rappresentare lo spazio ci sono
dei segni geometrici, come nell' illusione
di Ponzo (fig.5), l'occhio è ingannato da due binari (linee in fuga) e anche
chi non sa nulla di prospettiva legge il trattino in alto più grande di quello
in basso.
Capire come ragiona il nostro cervello, come dialoga con
l'occhio, con le mani, con le orecchie, stravolge l'arte creativa trasformandola in progettazione!
La mera ispirazione spesso non basta!
Studio logo PUNTO E VIRGOLA
Michele Visconti
Sensazioni e reazioni: come viviamo l’architettura
Siamo portati a vivere l’architettura, gli
spazi e le funzioni che ci vengono offerti dalla società, nel modo in cui
convenzionalmente dovrebbero essere vissuti. Gli spazi sbagliati in cui
viviamo, per abitudine, ci portano a confondere le funzioni con cattivi modelli
che la società e il mercato edilizio ci hanno imposto. Dovremmo abbandonare i modelli e le forme
che associamo per consuetudine ad una funzione ma che non la rappresentano
correttamente, e lasciarci guidare dalle sensazioni e dagli stimoli che quella
funzione ordinaria ci trasmette. Re-invertire il processo, liberandoci da
questi modelli “sbagliati” e dalle cattive abitudini divenute, per inerzia,
sistematiche.
Un esempio di quanto detto risiede nel progetto presentato in occasione dell’Expo mondiale del 2008, l’esposizione universale volta al ridisegno del tessuto urbano di Saragozza, dagli architetti italiani Carlo Ratti e Walter Nicolini. Il Sindaco della città ha richiesto ai progettisti un uso innovativo dell’acqua, elemento da sempre utilizzato in architettura e in urbanistica. I due architetti hanno presentato il Digital Water Pavilion che, considerato il primo caso di impiego dell’acqua come elemento urbano, ha offerto loro l’occasione per sperimentare, grazie all’uso della tecnologia informatica, nuove “applicazioni” dell’acqua in architettura, creando spazi mutevoli, fluidi e flessibili. Il padiglione occupa una superficie di 400 mq ed è caratterizzato da una struttura portante con pareti a cascata, composte da pixel d’acqua generati da valvole solenoidi che, controllate attraverso il computer, possono assumere forme differenti a seconda delle esigenze: rispondere in maniera dinamica ai comandi dei sensori, aprendosi e chiudendosi al passaggio dei visitatori; scomparire dando luogo ad un unico grande spazio; essere percorse da testi, immagini, pattern che scorrono dall’alto verso il basso. L’effetto è quello di una cascata d’acqua che si interrompe in alcuni punti specifici, creando una sorta di schermo nel quale i pixel che disegnano le immagini non sono luminosi, ma fatti di aria e di acqua. Inoltre, il tetto metallico dell’edificio, coperto da una sottile lamina d’acqua, è sorretto da dodici pistoni idraulici in acciaio, i quali ne consentono l’abbassamento o l’innalzamento (in caso di vento eccessivo, ad esempio, per minimizzare gli schizzi) o la chiusura completa, facendo scomparire l’intera struttura a fine giornata.
L’architetto e ingegnere Carlo Ratti racconta in un’intervista: «Una sera tutti i sensori del padiglione hanno smesso di funzionare, compromettendo così il normale meccanismo della struttura». E continua: «In realtà, quella sera, il “gioco” d’acqua è stato ancora più divertente, poiché tutti i bambini di Saragozza sono stati incuriositi da questo modo diverso di interagire con la struttura: le cascate d’acqua non si aprivano più al passaggio dei visitatori, ma creavano dei tagli e delle aperture attraverso l’acqua, nelle quali riuscire a passare senza bagnarsi». «Questo è molto interessante», conclude «perché architetti, designer ed ingegneri pensano sempre di sapere come le persone useranno le loro architetture, ma poi la realtà è imprevedibile».
Bisogna iniziare a pensare ad un’architettura che non sia semplicemente funzionale, ma che permetta di cambiare i punti di vista. Noi fruitori potremmo immaginare un nuovo modo di vivere, ripartire dai gesti che vorremmo compiere e l’architettura non sarà altro che il contenitore e il mezzo attraverso cui esprimere le nostre nuove sensazioni.
Federica Salvatore
Rehenes – Ostaggi
Elizabeth Aro e Silvia Levenson: l’allegoria
dell’ostaggio alla ricerca della sua libertà.
Ieri e oggi. Fascino barocco ed estetica del presente. Ad ospitare le installazioni delle due artiste argentine Elizabeth Aro e Silvia Levenson, dal 14 novembre al 6 dicembre 2013,sarà la Sala Santa Rita Rehenes, scelta tutt’altro che casuale, volta anzi a coniugare in un dialogo assolutamente non convenzionale, il fascino dell’identità barocca della Sala Santa Rita e gli innovativi linguaggi espressivi contemporanei. E’ il terzo appuntamento di “AUTUNNO CONTEMPORANEO”, un ciclo di opere site specific, giunto alla sua seconda edizione e curato da Giulia Giovanardi e Alexandra Gracco Kopp, promossa dall'Ambasciata Argentina in Italia. La diversità dei linguaggi visivi delle artiste è espressa dalle caratteristiche antinomiche dei materiali utilizzati nelle installazioni: mentre la Levenson sfrutta il valore simbolico del vetro, con la sua fredda immobilità, per evocare sensazioni di fragilità e ostilità negli oggetti della vita quotidiana, evidente è il pathos della Aro che fa costante riferimento al corpo, attraverso l’uso di materiali “caldi” come i velluti ed i tessuti broccati. L’apparente antinomia tra le due artiste, approda all’analisi della condizione esistenziale dell’essere ostaggio della quotidianità, metafora di costrizione che, però, si può sconfiggere.
Percorso della mostra
L’installazione Forever happy della Levenson riproduce un normale ambiente domestico, un “insospettabile” salotto di una qualunque casa contemporanea. Più ci si avvicina all’opera, più lo spettatore prova un senso di malessere, di disagio. Uno spazio di socialità della casa, di solito familiare ed accogliente è coperto da tessere vitree punteggiate da aculei filiformi: inaspettatamente l’ambiente si rivela distante, alieno, nemico. “Forever happy”, felici per sempre, a tutti i costi. Nella visione dell’artista l’uomo è costretto in una realtà caduca e fragile, permeata da tensioni latenti. Il ritmo frenetico e incessante della quotidianità, lascia spazio solo a un’opprimente felicità eterna, vista quasi come una condanna. Una prigione sociale questo mondo, troppo impegnato ad apparire perfetto e controllato; niente deve essere fuori posto. Ecco che di colpo tutto diviene ostile, lontano, estraneo.
Nell’opera Still life II,
viene offerta allo spettatore la cura per la felicità eterna: contenitori di
valium e xanax per esempio, posti su un freddo vassoio metallico, sono la
soluzione alla debolezza dell’animo, al vuoto interiore. Come per “forever
happy”, non c’è spazio per l’imperfezione, non c’è tempo per stare male: questi
elisir di felicità permanente ma apparente, placheranno i giudizi di una
società cieca.
Nella fotografia Rehenes de un pensamiento di
Elizabeth Aro, si rievoca la condizione di ostaggio: un uomo ed una donna sono intrappolati
in una massa di tessuto broccato. Si tratta di due cuori che sognano
utopisticamente, o di paure e ansie che prendono corpo? Un sogno che spinge
all’azione, o una prigione mentale che paralizza?
Nelle altre opere della Aro il dubbio comincia a
sciogliersi: l’immobilità delle figure di Rehenes lascia il posto al pathos
delle sculture in tessuto. In Todos los fuegos, el fuego, fiamme di velluto risalgono la parete, evocando
l’energia selvaggia, il movimento, la vita che si libera dalle ostilità e
fiorisce.
Lo stesso avviene nella scultura di tessuto Branches.
Una struttura ramificata di velluto rosso si articola lungo il pavimento diventando astratto disegno bidimensionale sulla parete, trasmettendo con forza la
dimensione di una vitalità che esplode.
Un dialogo artistico tutto al femminile. L’arte concreta,
materiale: per chi vuole mettersi in gioco e diventare parte attiva e
sollecitata del lavoro, alla ricerca di quell’impulso, di quella reazione, di
quella via di fuga dalle coercizioni della quotidianità.
Giulia Ballini
Dal 15 Novembre
2013 al 06 Dicembre 2013
ROMA
LUOGO: Sala Santa Rita
COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito
TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 06 82077305/ 348 2696259
E-MAIL INFO: g.gnetti@zetema.it









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