CROSTATA RICOTTA & CIOCCOLATA

Quest’anno purtroppo la primavera ci ha dato solo un timido assaggio, quindi per oggi vi propongo una ricettina che ci tiri un po' su il morale. 
La crostata di cioccolata e ricotta è sicuramente un super classico. Anche perché quando si tratta di cioccolata...non esistono stagioni!



COSA OCCORRE
Teglia (meglio se 24 cm) 
Mattarello

INGREDIENTI:
Per la frolla 
- 300 gr di farina 00
- 100 gr di zucchero
- 100 gr di burro
- 2 uova
- 1 cucchiaino di lievito per dolci
- 1 bustina di vanillina
Per il ripieno 
- 500 gr di ricotta
- 100 gr di zucchero
- 150 gr di gocce di cioccolata
- Fialetta al rum (qualche goccia)
- 1 uovo

TEMPO DI COTTURA:
40 minuti in forno gia caldo, 180 gradi

Per prima cosa prepariamo la frolla della nostra crostata, non spaventatevi è più semplice di quanto sembri. In una ciotola disponiamo la farina con al centro le uova, lo zucchero, il lievito, vanillina e il burro a tocchetti ammorbidito.
Lavoriamo gli ingredienti fino ad amalgamarli bene, dopodiché passiamo il tutto su un piano in modo che si possa lavorare con le mani. Impastiamo (con l’aiuto di un po di farina per non farla attaccare) fino ad ottenere un composto liscio e ne facciamo una palla che avvolgeremo poi con la pellicola. La disponiamo in frigo e lasciamo riposare per almeno 30 min. 

Nel frattempo, prepariamo la farcitura. Lavoriamo la ricotta in modo che diventi quasi una crema, uniamo lo zucchero e le uova, sempre mescolando aggiungiamo il rum ed in ultimo le gocce di cioccolata Trascorso il tempo di riposo della frolla, la togliamo dal frigo e con l'aiuto del mattarello la stendiamo. Imburriamo per bene una teglia e stendiamo la nostra frolla, mi raccomando ricordatevi di tenerne un po da parte per fare le striscioline da applicare sopra la crostata. Una volta foderata la teglia, inseriamo il nostro ripieno. Con l'aiuto di un coltello (o una rotellina per tagliare i ravioli se vogliamo farle zigrinate), tagliamo le nostre strisce. Inforniamo il tutto per 40 min circa a 180 gradi. Una volta tolta dal forno la torta va lasciata raffreddare in modo che la ricotta si solidifichi. Et voilà, una dolce crostata facile e veloce.

CONSIGLI :
- Se non avete tempo per fare la frolla, potete comprare quella già pronta. La trovate al supermercato nel banco frigo.
Io però se riesco cerco sempre di farla in casa, in modo da essere sempre sicura degli ingredienti siano freschi.
- Se non avete le gocce di cioccolata, potete usare una tavoletta di cioccolata sminuzzata. Cercate di fare i pezzettini il più piccoli possibile, altrimenti rischiate che a causa del peso, durante la cottura finiscano tutti sul fondo. 
Ora non vi resta che mettervi i guanti da forno... E via!

Elena Guglielmino

Château La Coste, una passeggiata tra vino ed architettura

Nel cuore della Provenza, a metà strada tra Marsiglia e Aix-en Provence, troviamo questo meraviglioso “villaggio” di arte, vino e architettura. L’idea viene ad un facoltoso immobiliarista, proprietario di lussuosi alberghi a Londra e a Dublino, il quale decide di comprare a Le Puy-Ste-Réparade, in Provenza, circa 200 ettari di campagna, di cui 130 coltivati a vigna, e di trasformarli in un immenso museo a cielo aperto. Nasce così Château La Coste: una cantina vinicola e un suggestivo percorso tra architetture e sculture immerse nella natura. Famosi artisti ed architetti vengono invitati a visitare la proprietà e a scoprire la bellezza del paesaggio, in seguito essi dovranno scegliere il contesto più adeguato per l’opera e dare sfogo alla propria creatività. Appena entrati troviamo la meravigliosa opera di cemento e vetro dell’architetto giapponese Tadao Ando, affiancata da un grande specchio d’acqua nel quale troviamo le prime sculture: il grande ragno, opera di Luise Bourgeois, e sul versante opposto le sculture di Calder e Hiroshi Sugimoto che creano suggestivi riflessi nell’acqua. Tra i vigneti, nella parte più bassa della tenuta, troviamo invece l’opera di Jean Nouvel, al quale è stata affidato il progetto della cantina vinicola. Il risultato è un semicilindro diviso in due sezioni, direttamente poggiato sul terreno, lucido ed interamente metallico, che accoglie macchine per la spremitura delle uve e impianti per l’imbottigliamento.

La passeggiata che ci accompagna tra le colline di Château La Coste comincia con una imponente muratura di pietre composite, opera dell’artista Sean Cully, passando tra le lame in acciaio infisse nel terreno di Richard Serra e le inquietanti installazioni di Tunga, costituite da archi spezzati a cui sono sospesi dei corpi di notevole peso e dimensione, fino ad arrivare all’opera di Andy Goldworthy, che ha inserito in una grotta leggermente illuminata, un nido formato dall’intreccio di tronchi, trasformandola in una cupola ipogea dalla quale è possibile vedere in lontananza il paesaggio circostante. Si giunge così al punto più alto del percorso, dove abbiamo un altro intervento di Tadao Ando, una piccola cappella in pietra circondata da un involucro vetrato. Proseguendo poi tra le varie sculture, tra le quali quella di Guggi e la forma perfetta, lucida e mono-materica di Tom Shannon, si arriva all’altro padiglione, sempre di Tadao Ando, un cubo in legno a cui si accede tramite un percorso protetto, in cui regna la semioscurità e nel quale sono posizionati quattro cubi traslucidi che denunciano il degrado ambientale al giorno d’oggi. Alla fine del nostro percorso, su una vasta distesa erbosa, troviamo il Music Pavillon di Frank Gehry , un auditorium all’aperto, creato nel 2008 per la Serpentine Gallery di Londra e traferito poi a in Provenza , che con la sua struttura in acciaio, vetro, legno e pietra e i suoi toni ben diversi da quelli iniziali, rappresenta l’ultimo scenario di questo suggestivo “villaggio”. 

Château La Coste è un viaggio tra le vaste distese di vigneti, degustando del buon vino, incuriositi da insoliti oggetti che spuntano improvvisamente dal terreno durante il cammino, godendo del silenzioso e piacevole paesaggio. Scoprire l’architettura, immedesimarsi negli artisti e nelle loro suggestioni.

Federica Salvatore

Prisoner Assistant, oltre il carcere

Diciamo che qualche apprensione è giustificata. Se non altro per il fatto che siamo stati abituati ad una tradizione criminale che non ha mai visto il carcere come un ostacolo ai propri affari. Quindi quanto messo su da Michael Benanti negli USA resta un caso difficilmente replicabile nel nostro paese. Si perché parliamo di un servizio di assistenza finanziaria, quindi anche bancaria, per i detenuti. Prisoner Assistant Inc è il nome dell’impresa fondata 5 anni fa da un ex detenuto, mister Benanti appunto, che, oltre alla gestione dei conti bancari dei suoi clienti, si propone di offrire loro un supporto al momento del rilascio attraverso programmi di riabilitazione al lavoro. Ad oggi ha 300 clienti e una lunga schiera di detrattori che vedono con sospetto questa sua iniziativa. 

Real World Tools, Education Courses e Support sono le linee guida di questo ambizioso programma messo a disposizione di quanti decidano di affidare i propri risparmi durante la reclusione. Si parte dai 5$ al mese per la gestione passiva del proprio account bancario, fino ai 50$ per servizi più ampi. La Prisoner Assistant Inc si preoccupa infatti dell’intera situazione economica del detenuto. Dal pagamento delle tasse alla raccolta della posta, dall’acquisto di libri al mantenimento di una linea di credito, fino a servizi volti al loro reinserimento nella società come corsi di formazione e aiuto nella strutturazione di un proprio sito web. L’idea nasce da uno studio britannico sul calo del tasso di recidività (dal 47% della media nazionale al 34% ottenuto nei casi studiati) riscontrato nei detenuti che hanno ricevuto un supporto dalle banche facenti parte della ricerca.

Si parla dunque della riduzione del recidivism dei detenuti attraverso il miglioramento delle loro condizioni economiche fuori dal carcere. They get out with something to lose il motto di Michael Benanti. Un problema cruciale negli Stati Uniti dove 4 detenuti su 10 tornano in carcere entro i 3 anni dal rilascio. Le opinioni riguardo la soluzione proposta sono discordanti oltreoceano. Se c’è chi ha visto in questa iniziativa una responsabilizzazione del detenuto, dall’altro lato soprattutto le autorità ufficiali temono che l’impresa di Benanti possa solamente essere un altro modo di reperire fondi per ulteriori crimini. Resta il fatto che l’impresa ha attirato l’attenzione del Wall Street Journal aprendo una riflessione sullo status di prigioniero. E non mancano spunti anche un paese totalmente diverso come l’Italia dove il problema dello stato dei carceri e dei detenuti viene troppo spesso strumentalizzato e dimenticato presto.

FEMA – Federal Emergency Management Agency

Luca Michele Piscitelli
sabato 22 marzo 2014

Suor Cristina e la rivincita del clero

Non poteva iniziare meglio la nuova edizione del talent show “The Voice” targato rai 2; condotto dalla magnifica Raffaella Carrà, dal cantante dei Litfiba Piero Pelù, dalla rossa Noemi e dal fondatore degli storici Articolo 31: J-Ax. Tra i concorrenti che si sono esibiti sicuramente uno più di tutti ha lasciato il segno: suor Cristina, 25 anni, siciliana. Si, suora. Quando i quattro coach si sono girati non riuscivano a credere ai propri occhi: una monaca sul palco a cantare “No one” di Alicia Keys. La platea già alla prima frase cantata si è alzata in piedi in un boato di applausi e ovazione generale, acclamazione che poi è diventato un vero e proprio tripudio quando suor Cristina dopo aver deliziato tutti con la sua voce ha dichiarato che il fatto di essere una donna di Chiesa non deve essere un limite, riprendendo proprio le parole di papa Francesco. Alla domanda della Carrà “ma come ti è venuto in mente di venire a The Voice?” lei con tutta tranquillità di chi sembra aver vissuto per anni sul palcoscenico risponde “Beh, ho un dono, ve lo dono”. «Se avessi trovato te a messa adesso sarei sempre in chiesa - scherza J-Ax - io e te siamo il diavolo e l'acqua santa» il più colpito dei quattro è sicuramente lui, al punto da commuoversi su questa frase: “il papa ci invita ad uscire, ad evangelizzare, a dire che Dio non toglie niente, anzi ci dona ancora di più, allora sono qui per questo”. Felicemente stupito anche Piero Pelù: «Ti chiami come la mia mamma, mi devo tirare un pizzico perché ancora non ci credo». Allo scadere del tempo, suor Cristina ha scelto il “rappettaro” del gruppo, il quale si alza dalla sua postazione per prenderla in braccio.

Questo è solo l’ultimo caso di un clero che tenta di riemergere da una condotta troppo vecchia e casta. Non si può non riportare all’ attenzione del lettore la notizia di suor Megan Rice, “sorella” d’oltreoceano che, proprio quando suor Cristina cantava, lei veniva a conoscenza della pena inflittale dal tribunale giudiziario americano per aver, nel 2012, protestato, insieme a 2 pacifisti cattolici, contro uno stabilimento nucleare di Oak Ridge, in Tennessee. La religiosa 84enne , lo scorso anno, era stata stata accusata di sabotaggio dopo aver fatto irruzione proprio nell'impianto. Gli altri due attivisti dovranno scontare in prigione cinque anni.

GUARDA IL VIDEO

http://youtu.be/TpaQYSd75Ak


Marco Harmina

                                                                                                     


giovedì 20 marzo 2014

"Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente"


In campo scientifico un problema importante dei nostri giorni è rappresentato dalla carenza di fondi provenienti dallo Stato. Con questo articolo voglio rendere omaggio a una donna che ha ispirato, ispira e ispirerà tutte quelle persone che, convinte delle proprie possibilità, non si lasciano intimorire dai problemi incontrati per la via.“Dico ai giovani: non pensate a voi stessi, pensate agli altri. Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare, e non temete niente. Non temete le difficoltà: io ne ho passate molte, e le ho attraversate senza paura, con totale indifferenza alla mia persona.”

Stiamo parlando proprio di Lei: Rita Levi Montalcini, che di problemi ne ha avuti fin da quando, nel 1930, decise di studiare Medicina contro il volere del padre, il quale intendeva questa scelta come un’interferenza al suo ruolo di donna. I problemi continuarono nel 1938, quando fu costretta a fuggire in Belgio, a causa delle leggi razziali (era ebrea, anche se in seguito si definì laica). Nel 1940, poi, in seguito all’invasione del Belgio, dovette tornare in Italia, a Torino, dove allestì il suo laboratorio nella stanza da letto. E ancora, nel 1941, in seguito al bombardamento della città, si trasferì in campagna, ricreando anche lì un mini-laboratorio. Nel 1943,però,l’invasione da parte dei tedeschi li costrinse nuovamente a fuggire, questa volta verso Firenze, dove cambiò spesso alloggio, sempre comunque ricreando spazi adatti alle sue ricerche. È proprio in questo clima che la Montalcini riuscì ad analizzare e, quindi, a descrivere, l’importante processo di morte di intere popolazioni di neuroni. I suoi risultati, però non vennero accettati in Italia, a causa dei pregiudizi razziali e Rita dovrà attendere fino al 1972, affinchè questo processo, definito come apoptosi, entri definitivamente nella cultura scientifica.

Dopo la guerra, ritornò a Torino, dove poté proseguire i suoi studi, comunque con laboratori allestiti in casa.
“Imagination is more important than knowledge”.Questa è la celebre frase di Einstein, dalla quale, forse, la Montalcini, prendeva spunto e che si ritrovava appesa alla parete del suo laboratorio, all’Istituto Superiore di Sanità, dove iniziò in seguito a lavorare, parallelamente alla carriera avviata anni prima negli Stati Uniti. Ed è forse ispirata da questa frase che la Montalcini si spinse oltre i dogmi del periodo, fino alla scoperta del fattore di crescita nervosa (NGF),che ha funzione di promuovere la crescita di cellule specifiche (definite cellule bersaglio), la loro maturazione e garantirne, poi, la sopravvivenza. Agli inizi degli anni ‘50, infatti, la scoperta di questo fattore, portò un avanzamento nelle conoscenze neurobiologiche di notevolissima importanza, con numerosi studi successivi, che hanno permesso di capire come questi fattori di crescita abbiano anche proprietà di guidare il percorso delle fibre nervose in accrescimento. Ed è proprio per il contributo notevole offerto dalla Montalcini, che, nel 1986,le fu assegnato il Premio Nobel per la Medicina, una delle tante onorificenze che hanno ripagato questa donna di tutto il lavoro effettuato negli anni, lavoro eccelso nonostante le difficoltà. «La scoperta del NGF all'inizio degli anni '50 è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell'organismo»






K.M.
martedì 18 marzo 2014

Anche l'orto diventa social

L'orto urbano sta diventando sempre più di moda, sia a causa della crisi economica sia per la voglia di mangiare cibi biologici e di sicura provenienza. Per coltivare piante aromatiche ed officinali bastano dei normali vasi sul balcone di casa e se avete paura di non avere abbastanza nozioni di botanica non preoccupatevi perchè è nato Growtheplanet. Dopo una breve iscrizione al sito l'utente seleziona le piante che intende coltivare e verrà visualizzato in grafica 3d il balcone o il giardino ipotetico con le piante selezionate, dopo di che il sito segue passo per passo e giorno per giorno le tue coltivazioni, dalla semina alla raccolta, ricordandoti puntualmente le attività da fare: innaffiare, togliere le erbacce, raccogliere.Ogni compito è corredato da video e istruzioni facili ed esplicative.Inoltre il sito geo-localizza il punto da cui di colleghi con il pc ed in questo modo è in grado di fornirti consigli e compiti perfetti per la zona in cui coltivi, consigliando gli ortaggi di stagione e indicando cosa puoi seminare o trapiantare ogni giorno dell'anno in base alle temperature e all'esposizione alla luce del sole. Grow the planet inoltre consiglia quali sono le piante che possono essere coltivate nello stesso vaso per ottenere risultati migliori. Quando poi i tuoi sforzi daranno i frutti aspettati, nel sito è possibile trovare ricette e consigli per cucinare i prodotti coltivati in casa; inoltre sono presenti tanti articoli riguardanti le tecniche di conservazione, la preparazione di gustose marmellate e composte e l'utilizzo delle erbe spontanee. Se hai bisogno di semi o del materiale necessario per coltivare le tue piantine non preoccuparti , nel sito è presente anche una sezione market dove è possibile acquistare tutto il necessario.Come un vero è proprio social network il sito permette poi di interagire con altri utenti condividendo le esperienze e i dubbi sulle procedure da effettuare, ma anche foto ed altro ancora.E' ora di rimboccarsi le maniche e dare vita al proprio orto a km 0!
                                                                                                                                        Augusto Piazza

FEMA – Federal Emergency Management Agency

L’Agenzia Federale degli Stati Uniti per la Gestione delle Emergenze ha allestito numerosi campi nel territorio statunitense. La società incaricata per la costruzione e l’allestimento di questi campi è stata la multinazionale Halliburton. La FEMA nel 2007 ha dichiarato che lo scopo di queste installazioni è quello di “ridurre la perdita di vite e di proprietà e proteggere la nazione da tutti i rischi, compresi disastri naturali, atti di terrorismo e altri disastri provocati dall'uomo, e appoggiare la nazione con un sistema basato sul rischio, e onnicomprensivo, di gestione delle emergenze, composto da preparazione, protezione, risposta, recupero e mitigazione”. Fondamentalmente questi campi sono di tre tipi e con differente disposizione. Il primo tipo, sembra un campo di prigionia classico; il secondo sembra un campo di protezione; il terzo sembra un agglomerato urbano indipendente.

Del primo tipo effettivamente le recinzioni sono state fatte in modo da diminuire le possibilità di fuga dei prigionieri. La parte superiore delle recinzioni è coperta da filo spinato. Inoltre intorno al perimetro del campo, sono presenti torrette di controllo con alcune sentinelle. Tutto il campo è composto da anelli concentrici indipendentemente dalla forma e l’estensione dell’area, ed all’interno di essi sono presenti baracche prefabbricate in legno alternate a spiazzi. Il secondo gruppo di edifici FEMA è caratterizzato da recinzioni identiche al primo tipo eccetto per il fatto che non ci sono le sporgenze con il filo spinato dal lato interno. Questo “dettaglio” significa che è chi sta dentro è protetto da chi sta fuori, quindi chi è dentro non è considerato una minaccia; inoltre le torrette sono dentro il campo stesso, quindi accessibili con celerità dai militari. Nel terzo tipo di campi FEMA non ci sono recinzioni vere e proprie e le difese perimetrali sono più ampie. Al suo interno non si trovano baracche in legno, ma camper e roulotte bianchi e case prefabbricate con elettricità indipendente; intorno alla zona abitabile si trovano canali d’acqua e aree coltivabili, tutto a forma di anelli concentrici. È credibile che i tre tipi di campi abbiano tre scopi differenti, per ogni tipo di emergenza.

Ma a che cosa possono mai servire le bare del FEMA? Alcune fonti parlano di 500000 bare da 6 posti ciascuno, quindi contenitori per tre milioni di corpi. E a cosa serve l’acquisto di migliaia di mezzi antisommossa, e l’addestramento da parte del governo USA di oltre 300000 soldati in guerra urbana? Tra le priorità dell’addestramento ci sono l’irruzione in casa, il blocco di persone in fuga, il disarmo con uso della forza dei civili, l’abbattimento di persone che minacciano i militari o altri civili con armi, le irruzioni con elicotteri e in mezzo al traffico autostradale, il trasporto e la scorta di gruppi di civili con mezzi blindati e treni speciali. Sono note le esercitazioni in alcune città USA, dove gli elicotteri nel 2013 hanno terrorizzato le persone bloccate in autostrada durante un’esercitazione sparando munizioni a salve; in questi episodi, si simulava un’incursione sopra i civili incolonnati e bloccati in autostrada. Invito a visitare il sito internet http://www.fema.gov/

Marianna Rapino

‘Ndrangheta: un calabrese a Roma

È stato sequestrato questa mattina dalla Dia un capitale di 7 milioni di euro investiti in beni immobili e società operanti nell’edilizia alla cosca Flarè-Razionale, originaria di Vibo Valentia. Nel vasto impero finanziario, oltre ad una porsche sequestrata al boss Saverio Razionale, prende visibilità l’illustre Caffè Fiume, storico locale sito vicino all’omonima piazza romana. Razionale, calabrese di 53 anni, è al vertice dell’organizzazione mafiosa fin dagli anni ’80, succedendo a Giuseppe Gasparro detto “Pino u gatto”; ha perso la vita in un attentato in cui lo stesso Razionale era presente e ne rimase anche ferito: questo è stato l’accaduto che di fatto ha segnato il passaggio del testimone. Il nuovo boss ha subito conquistato il consenso dei suoi uomini sporcandosi le mani anch’egli con estorsioni, atti usurai, riciclaggi e perfino fatti di sangue, successivamente però è stato arrestato nel 2005 ma subito rilasciato per mancanza di prove. Nello stesso anno decide di trasferirsi a Roma ed è qui che ha cercato di espandere i confini della propria autorità, con successo: Razionale è riuscito a creare una rete criminale specializzata nel reinvestimento di proventi illeciti in beni immobili ed attività commerciali, nonché nel condizionamento e nell'infiltrazione degli appalti, tramite società di comodo.

Nel 2011 arriva la seconda condanna dalla Corte d’appello di Catanzaro: quattro anni e sei mesi di detenzione per associazione di tipo mafioso; divenuta la sentenza definitiva nel 2012, il boss è fuggito, dandosi alla latitanza sino allo scorso febbraio, la Suprema Corte, pur confermando la condanna per l'associazione di tipo mafioso, aveva annullato il provvedimento per una questione tecnico-giuridica connessa ad una errata determinazione della pena da parte della Corte d'Appello, che lo aveva condannato e che non aveva tenuto conto delle attenuanti generiche a suo favore.

 La giustizia italiana a volte sembra paradossale: diviene estremamente facile arrestare e carcerare le cosiddette “piccole formiche”, oppure persone che si sono macchiate la coscienza con qualche crimine ma che di criminale hanno ben poco, ma diventate terribilmente arduo imprigionare un pericoloso boss mafioso, nonostante le prove schiaccianti.
Ai posteri l’ardua sentenza.

Marco Harmina
 
 
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giovedì 13 marzo 2014

Dalla Spagna arrivano i biopannelli fotovoltaici

L'energia solare è l'energia economica e a impatto zero questo è  risaputo, diventa ancora più conveniente se per costruire i pannelli fotovoltaici vengono utilizzate materie prime reperibili da tutti o ancora meglio dei materiali di scarto. Questo è il progetto dell'Institute for Advanced Architecture of Catalonia (IAAC) nel campus Valldaura dell'Istituto per architettura avanzata della Catalogna.I pannelli progettati da questo istituto sono fatti di materiale di scarto come pezzi di ferro o ceramica ideati per sorreggere quella che è l'unità funzionale del pannello: piante ed il terriccio necessario alla vita di quest'ultime. Questo pannello sfrutta infatti gli elettroni prodotti dalle piante stesse ma anche quelli prodotti dai batteri presenti nel terriccio che sono raccolti da un anodo ed un catodo presenti nel terriccio dell'impianto, creando cosi una vera e propria batteria naturale. I progetti in scala pilota sono stati creati utilizzando del muschio, che necessita di pochissima acqua, ma si potrebbero utilizzare anche vari tipi di cactus o altre piante che non necessitano di tanta acqua per sopravvivere. I pannelli possono anche essere dotati di sensori che monitorano l'umidità del terriccio e rendono l'impianto autosufficiente.Inoltre questo impianto introduce un aspetto innovativo: può produrre energia anche senza la luce solare dato che gli elettroni sono prodotti oltre che dall'attività fotosintetica delle piante,anche dai batteri presenti nella terra utilizzata che non necessitano del sole.L'unico difetto dei pannelli è che ancora non producono sufficiente energia e sono necessari miglioramenti per perseguire questo obiettivo.L'utilizzo di questi sistemi potrebbe essere particolarmente indicato nei paesi in via di sviluppo dove a bassi costi potrebbero produrre energia. Soprattutto risolverebbe tutti i problemi di inquinamento legati alla produzione degli attuali pannelli fotovoltaici che generano fanghi tossici, prodotto di scarto dovuto all'utilizzo di arseniuro di gallio necessario per la loro fabbricazione. In questo momento di crisi economica la Spagna ci insegna che si può sempre trovare spazio e fondi per l'innovazione e la ricerca.
Il numero dei pannelli stimato per il funzionamento dei vari elettrodomestici

                                                                                                                    Augusto Piazza




Fonte e Foto: Designboom

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