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‘Ndrangheta: un calabrese a Roma

È stato sequestrato questa mattina dalla Dia un capitale di 7 milioni di euro investiti in beni immobili e società operanti nell’edilizia alla cosca Flarè-Razionale, originaria di Vibo Valentia. Nel vasto impero finanziario, oltre ad una porsche sequestrata al boss Saverio Razionale, prende visibilità l’illustre Caffè Fiume, storico locale sito vicino all’omonima piazza romana. Razionale, calabrese di 53 anni, è al vertice dell’organizzazione mafiosa fin dagli anni ’80, succedendo a Giuseppe Gasparro detto “Pino u gatto”; ha perso la vita in un attentato in cui lo stesso Razionale era presente e ne rimase anche ferito: questo è stato l’accaduto che di fatto ha segnato il passaggio del testimone. Il nuovo boss ha subito conquistato il consenso dei suoi uomini sporcandosi le mani anch’egli con estorsioni, atti usurai, riciclaggi e perfino fatti di sangue, successivamente però è stato arrestato nel 2005 ma subito rilasciato per mancanza di prove. Nello stesso anno decide di trasferirsi a Roma ed è qui che ha cercato di espandere i confini della propria autorità, con successo: Razionale è riuscito a creare una rete criminale specializzata nel reinvestimento di proventi illeciti in beni immobili ed attività commerciali, nonché nel condizionamento e nell'infiltrazione degli appalti, tramite società di comodo.

Nel 2011 arriva la seconda condanna dalla Corte d’appello di Catanzaro: quattro anni e sei mesi di detenzione per associazione di tipo mafioso; divenuta la sentenza definitiva nel 2012, il boss è fuggito, dandosi alla latitanza sino allo scorso febbraio, la Suprema Corte, pur confermando la condanna per l'associazione di tipo mafioso, aveva annullato il provvedimento per una questione tecnico-giuridica connessa ad una errata determinazione della pena da parte della Corte d'Appello, che lo aveva condannato e che non aveva tenuto conto delle attenuanti generiche a suo favore.

 La giustizia italiana a volte sembra paradossale: diviene estremamente facile arrestare e carcerare le cosiddette “piccole formiche”, oppure persone che si sono macchiate la coscienza con qualche crimine ma che di criminale hanno ben poco, ma diventate terribilmente arduo imprigionare un pericoloso boss mafioso, nonostante le prove schiaccianti.
Ai posteri l’ardua sentenza.

Marco Harmina
 
 
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giovedì 13 marzo 2014

El Chapo: una lezione anche per l'Italia

“Conta più di un ministro e forse persino più di un Governo”. Roberto Saviano su Repubblica lo scrive di Joaquin Guzman Loera  , boss messicano del narcotraffico, conosciuto anche come “El Chapo”.  E la sua non è solo una storia di droga, criminalità e potere. Quella del re del narcotraffico degli ultimi 10 anni almeno, è la storia del Messico e della sua economia. La notizia e l’attenzione con cui è stato seguito il suo arresto nel suo paese lo scorso lunedì (ndr 24 febbraio 2014) da parte dell’esercito messicano con il supporto della DEA americana è stata relegata, qui in Italia, tra i tanti fatti di cronaca estera. Ha fatto più rumore l’acquisizione di Whatsapp da parte di Zuckerberg, assumendo, questa si, le caratteristiche di una notizia economica predominante.

Le parole spese riguardo il peso dell’attività criminale sull’economia italiana sono state tante (secondo dati del 2010, le associazioni mafiose sottraggono ca il 16% del Pil, fonte Banca d’Italia). Ciò di cui deficitiamo è la presa di coscienza di questa situazione. È proprio questo dato di fatto che ci riporta all’arresto de “El Chapo”. Seguito con trepidazione e attesa da tutti i messicani, la sensazione è che quella consapevolezza nel paese centroamericano esiste. Avere la coscienza di assistere ad un evento importante anche economico. Sicuramente non finirà con questo pur fondamentale passo la quotidiana guerra alla droga, ma quello che qui preme sottolineare è la centralità di un episodio di criminalità che parallelamente si riconosce come una variabile economica di non poco conto.

Non siamo il Messico, certo. Ma siamo sicuri di essere così lontani dal non poter trarre una lezione dagli avvenimenti d’oltreoceano? Ormai le storie di criminalità organizzata fanno parte della cronaca nazionale (l’agguato di Arzano e la confisca di beni per 11 milioni di euro ad un boss calabrese sono sulle home page delle principali fonti di informazioni). Ma non basta. Quello che manca è una sua rilevanza primaria nel dibattito pubblico e la consapevolezza  del fatto che sia un problema di carattere economico e quindi urgente, data la particolare situazione del paese. Più degli sprechi nelle opere pubbliche (se non esse stesse terreno di avanzamento dell’influenza criminale), più degli sprechi della politica, più della nomina di un ministro dell’Economia. Tutte buone cause da affrontare in un paese democratico, ma non si può prescindere da un’ampia e continua riflessione sul fenomeno mafioso se si vuole continuare ad usare quell'aggettivo per l’Italia.


Per questo la vicenda de “El Chapo” va considerata un’importante notizia (economica) anche in Italia. È proprio l’attenzione posta dai suoi connazionali che può essere una lezione per il sistema italiano; capire che le associazioni mafiose in Italia e i suo associati sono i nostri Guzman. Contano come i governi e continuano ad operare mediaticamente e pubblicamente indisturbati. È un problema socialmente ed economicamente rilevante. Sta alla nostra capacità di valutazione decidere se prioritario. Partendo dal riconoscere che questo è un problema reale.

Luca Michele Piscitelli

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giovedì 27 febbraio 2014

Terra dei fuochi, il più grande avvelenamento a partecipazione pubblica

La locuzione “Terra dei fuochi” viene utilizzata per indicare la pratica criminale di smaltire o riciclare i rifiuti speciali bruciandoli. Il fenomeno denunciato a ogni istituzione competente, è stato per molti anni ampiamente sottovalutato. In molti ancora non immaginano i danni e le entità del problema, che continua a produrre malati, nonché morti di tumore. L’espressione è stata usata per la prima volta nel Rapporto Ecomafie del 2003 di Legambiente e ripresa da Roberto Saviano nell’ultimo capitolo ( l’XI) del libro Gomorra. La “Terra dei fuochi” è una vasta area dell’Italia meridionale, che comprende molti comuni tra Napoli e Caserta: Acerra, Aversa, Caivano, Camposano, Capua, Casal di Principe, Casaluce, Frignano, Giugliano in Campania, Lusciano, Marcianise, Nola, Orta di Atella, Parete, Pomigliano d’Arco, Portico di Caserta, Pozzuoli, Qualiano, Quarto, San Cipriano, San Marcellino, Teverola, Trentola- Ducenta, Villa Literno, Visciano.

Per anni nelle campagne campane si sono verificati sversamenti illegali di rifiuti industriali e rifiuti tossici e nucleari provenienti dal nord Italia e dal nord Europa, da parte della Camorra e in particolare del clan dei Casalesi. Questi rifiuti, abbandonati nelle campagne o lungo le strade, quando vengono incendiati rilasciano nell’atmosfera sostanze tossiche, tra cui la diossina. Sarebbero proprio questi fumi tossici, responsabili che negli ultimi anni hanno prodotto nelle zone di Succivo, Caivano, Acerra e Giuliano un alto tasso di tumori soprattutto al seno e alla tiroide, per le giovani donne, e i bambini. Dal 1991 al 2013 si sono svolte 82 inchieste per traffico di rifiuti che hanno incanalato veleni da ogni parte d’Italia seppelliti direttamente nelle discariche legali e illegali della Terra dei Fuochi, gestite della criminalità organizzata. Adelphi, Black Hole, Caronte, Cassiopea, Chernobyl, Dirty Pack, Ecoboss, Falena, Giudizio Finale, Houdinì, Madre Terra Matrix, Nerone, Nolo, Old Iron, Partenope, Quattro Mani, Re Mida, Terra Mia, Tre Ruote, Ultimo Atto, sono le voci- inchieste che compongono il Dizionario dell’ecocidio nella Terra dei Fuochi. Le inchieste si sono concluse con 915 ordinanze di custodia cautelare, 1.806 denunce, e hanno coinvolto 443 aziende, le maggior parte delle quali con sede sociale al centro e al nord Italia. Durante la crisi dei rifiuti in Campania, tra il 2007 e il 2008, i roghi divennero più frequenti. Solo tra il gennaio e il febbraio 2007 vennero incendiati 30.000 kg di rifiuti in terreni agricoli. Dalle dichiarazioni rilasciate dal pentito di mafia, Carmine Schiavone, già nel 1995, si evince come la Campania fosse destinata a divenire una discarica di materiali tossici, scorie nucleari e acidi. Ad oggi, in 22 anni di attività illecite, sono stati sversati circa 10 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni genere. Secondo gli inquirenti, se ogni tir è in grado di trasportare 25 tonnellate alla volta, 410.905 camion carichi di queste sostanze, hanno attraversato l’Italia per concludere il loro viaggio nelle campagne casertane e napoletane. Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente, giudica disattenta e omertosa l’attività delle istituzioni, che hanno favorito “un crimine in piena regola”. Ribadisce la gravità della situazione e la necessità di fornire soluzioni concrete per risolvere un problema a lungo rimandato, e afferma “Vogliamo che sia archiviata finalmente la triste stagione della Terra dei fuochi e che il territorio possa tornare a vivere e credere nel futuro”.

Intanto è stato approvato in data 03/12/13 dal Cdm il decreto sulla Terra dei fuochi. Entusiasta afferma il premier Letta: "Oggi per la prima volta le istituzioni nazionali affrontano l'emergenza Terra dei Fuochi. Il provvedimento va in Parlamento ma è già norma da oggi". Con il decreto legge cosi approvato viene introdotto nell’ordinamento italiano il reato di combustione dei rifiuti. E'stata inoltre stabilita la perimetrazione delle aree agricole interessate e della campagna ed entro 150 giorni. Si tratta di "una risposta senza precedenti, forte, netta" per "recuperare il tempo perduto - afferma ancora Letta. Prevista inoltre la possibilità di usare i militari - dice il ministro delle Politiche agricole, Nunzia De Girolamo, la quale in conferenza a Palazzo Chigi dice - "non è un punto di arrivo ma un inizio. Nuovo inizio per la Campania".

Francesca Pistolini


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