Visualizzazione post con etichetta giustizia. Mostra tutti i post

Prisoner Assistant, oltre il carcere

Diciamo che qualche apprensione è giustificata. Se non altro per il fatto che siamo stati abituati ad una tradizione criminale che non ha mai visto il carcere come un ostacolo ai propri affari. Quindi quanto messo su da Michael Benanti negli USA resta un caso difficilmente replicabile nel nostro paese. Si perché parliamo di un servizio di assistenza finanziaria, quindi anche bancaria, per i detenuti. Prisoner Assistant Inc è il nome dell’impresa fondata 5 anni fa da un ex detenuto, mister Benanti appunto, che, oltre alla gestione dei conti bancari dei suoi clienti, si propone di offrire loro un supporto al momento del rilascio attraverso programmi di riabilitazione al lavoro. Ad oggi ha 300 clienti e una lunga schiera di detrattori che vedono con sospetto questa sua iniziativa. 

Real World Tools, Education Courses e Support sono le linee guida di questo ambizioso programma messo a disposizione di quanti decidano di affidare i propri risparmi durante la reclusione. Si parte dai 5$ al mese per la gestione passiva del proprio account bancario, fino ai 50$ per servizi più ampi. La Prisoner Assistant Inc si preoccupa infatti dell’intera situazione economica del detenuto. Dal pagamento delle tasse alla raccolta della posta, dall’acquisto di libri al mantenimento di una linea di credito, fino a servizi volti al loro reinserimento nella società come corsi di formazione e aiuto nella strutturazione di un proprio sito web. L’idea nasce da uno studio britannico sul calo del tasso di recidività (dal 47% della media nazionale al 34% ottenuto nei casi studiati) riscontrato nei detenuti che hanno ricevuto un supporto dalle banche facenti parte della ricerca.

Si parla dunque della riduzione del recidivism dei detenuti attraverso il miglioramento delle loro condizioni economiche fuori dal carcere. They get out with something to lose il motto di Michael Benanti. Un problema cruciale negli Stati Uniti dove 4 detenuti su 10 tornano in carcere entro i 3 anni dal rilascio. Le opinioni riguardo la soluzione proposta sono discordanti oltreoceano. Se c’è chi ha visto in questa iniziativa una responsabilizzazione del detenuto, dall’altro lato soprattutto le autorità ufficiali temono che l’impresa di Benanti possa solamente essere un altro modo di reperire fondi per ulteriori crimini. Resta il fatto che l’impresa ha attirato l’attenzione del Wall Street Journal aprendo una riflessione sullo status di prigioniero. E non mancano spunti anche un paese totalmente diverso come l’Italia dove il problema dello stato dei carceri e dei detenuti viene troppo spesso strumentalizzato e dimenticato presto.

FEMA – Federal Emergency Management Agency

Luca Michele Piscitelli
sabato 22 marzo 2014

‘Ndrangheta: un calabrese a Roma

È stato sequestrato questa mattina dalla Dia un capitale di 7 milioni di euro investiti in beni immobili e società operanti nell’edilizia alla cosca Flarè-Razionale, originaria di Vibo Valentia. Nel vasto impero finanziario, oltre ad una porsche sequestrata al boss Saverio Razionale, prende visibilità l’illustre Caffè Fiume, storico locale sito vicino all’omonima piazza romana. Razionale, calabrese di 53 anni, è al vertice dell’organizzazione mafiosa fin dagli anni ’80, succedendo a Giuseppe Gasparro detto “Pino u gatto”; ha perso la vita in un attentato in cui lo stesso Razionale era presente e ne rimase anche ferito: questo è stato l’accaduto che di fatto ha segnato il passaggio del testimone. Il nuovo boss ha subito conquistato il consenso dei suoi uomini sporcandosi le mani anch’egli con estorsioni, atti usurai, riciclaggi e perfino fatti di sangue, successivamente però è stato arrestato nel 2005 ma subito rilasciato per mancanza di prove. Nello stesso anno decide di trasferirsi a Roma ed è qui che ha cercato di espandere i confini della propria autorità, con successo: Razionale è riuscito a creare una rete criminale specializzata nel reinvestimento di proventi illeciti in beni immobili ed attività commerciali, nonché nel condizionamento e nell'infiltrazione degli appalti, tramite società di comodo.

Nel 2011 arriva la seconda condanna dalla Corte d’appello di Catanzaro: quattro anni e sei mesi di detenzione per associazione di tipo mafioso; divenuta la sentenza definitiva nel 2012, il boss è fuggito, dandosi alla latitanza sino allo scorso febbraio, la Suprema Corte, pur confermando la condanna per l'associazione di tipo mafioso, aveva annullato il provvedimento per una questione tecnico-giuridica connessa ad una errata determinazione della pena da parte della Corte d'Appello, che lo aveva condannato e che non aveva tenuto conto delle attenuanti generiche a suo favore.

 La giustizia italiana a volte sembra paradossale: diviene estremamente facile arrestare e carcerare le cosiddette “piccole formiche”, oppure persone che si sono macchiate la coscienza con qualche crimine ma che di criminale hanno ben poco, ma diventate terribilmente arduo imprigionare un pericoloso boss mafioso, nonostante le prove schiaccianti.
Ai posteri l’ardua sentenza.

Marco Harmina
 
 
LEGGI ANCHE:

giovedì 13 marzo 2014

Huntsville Unit: il “tritacarne” d’America

"Occhio per occhio, dente per dente”. In vigore probabilmente fin dai tempi dei babilonesi, la legge del taglione consiste nella facoltà della persona offesa di infliggere all'offensore, una pena uguale a quella ricevuta. Il tutto con il fine, almeno al tempo dei romani, di regolare le vendette private. Ma cosa accadrebbe oggi se dopo piú di 2700 anni, queste vendette, anzichè essere commesse dai privati, venissero commesse dallo Stato? 

Oggi tagliare gli arti ad un ladro, rientrerebbe piuttosto pacificamente tra i divieti di tortura e di pene inumane, sanciti dal diritto internazionale, con grande proliferazione di convenzioni e tutele dei diritti civili, volte a proteggere sotto ogni aspetto la dignità umana. Ma quando si tratta di omicidio in realtà non vi è proprio unanimità. Uccidere una persona costituisce omicidio, chiunque sia il colpevole. Eppure ancora oggi vi sono dei Paesi in cui è in vigore la pena capitale, tu uccidi io ti uccido, occhio per occhio dente per dente. Puó lo Stato arrogarsi tale diritto? In particolare c'è un posto, in cui non solo lo Stato decide sulla vita delle persone, ma le priva totalmente della loro dignità: Wynne unit prison di Huntsville, Texas. Il "tritacarne ", il braccio della morte piú duro degli Stati Uniti, una prigione che opera al di fuori della legge statale, federale e internazonale. I detenuti vengono rinchiusi in minuscole celle di cemento (un metro per tre), dove le temperature variano dai 40 gradi estivi ai -2 invernali. I rapporti interpersonali divengono inesistenti, le guardie carcerarie covano odio ed usano qualsiasi mezzo per rendere il tutto un inferno. Ai detenuti é solo concessa mezz' ora di passeggiata, all'interno di una gabbia di 30 metri quadrati, indossando solo slip. La condizione di questi soggetti, costituisce una delle piú grandi violazioni della Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite, convenzione ratificata nel '99 dagli Stati Uniti senza riserve. Ma tutte le azioni legali intentate per contestare la crudeltà di tali condizioni ricevono una risposta :"Hanno ció che si meritano". Proprio il Texas, non a caso, detiene il primato per il maggior numero di esecuzioni avvenute dal 1976, quando la pena capitale è stata reintrodotta, con uno stacco di 400 esecuzioni rispetto alla Virginia, che segue. Attualmente il metodo esecutivo utilizzato è l'iniezione legale composta da tre sostanze, una per addormentare, una per fermare il cuore ed una per il collasso dei polmoni. Il condannato viene legato ad un lettino dal quale ha la possibilità di fare la sua ultima dichiarazione, al fine della quale la guardia, con un semplice gesto, invita il boia a procedere con l’esecuzione. Quest'ultimo non deve essere identificato. Possono assistere all'esecuzione, cinque testimoni richiesti dal condannato e cinque testimoni, famigliari o amici stretti, della vittima. 

"É stato giustiziato qualche innocente? Probabilmente si. Chi si aspetta la perfezione chiede l'impossibile". Questa è l’incredibile confessione di Jim Willett ex direttore del carcere di Huntsville, che nel suo libro "Il viaggio di un direttore penitenziario" si dichiara pentito, affermando, non da pubblico ufficiale ma da uomo, di aver conosciuto la tristezza di questo sistema. Willett rivolge un monito alla giustizia Americana: "Mi sembra che le esecuzioni creino nuove vittime, le famiglie dei giustiziati. Mi sono sempre interrogato sulle madri che vedevano morire i loro figli. Alcune di loro urlavano e piangevano, un suono che non sentirai mai da nessun'altra parte, un suono orribile che ti accompagnerà ovunque". Tra i 499 detenuti nel Texas, rientrano persone che soffrono di gravi malattie mentali o affette da disabilità, giovani minorenni al momento del reato e imputati difesi in modo non adeguato, in giudizi dove, la componente razziale svolge un ruolo chiave, portando a conclusioni con condanne a morte anche senza la presenza di prove inconfutabili. É abbastanza palese quindi che la perfezione della giustizia, in qualsiasi sistema rimane un'utopia. Ora sta a noi riflettere, è veramente questo il modo giusto per punire?

L&S

Lettori fissi

Popular Post

Punto&Virgola - The blog. Powered by Blogger.

- Copyright © Punto&Virgola - The blog -Metrominimalist- Powered by Blogger - Designed by Johanes Djogan -